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Domenica, 30 Novembre 2025 - Ore 19:43 Fondatore e Direttore: Luca Maggitti.

Il Critico Condotto – Simone Gambacorta
DIARIO DI LETTURA: TIZIANO SCARPA, STEFANO SIMONCELLI, NICHI VENDOLA


Alcune annotazioni di lettura di Simone Gambacorta.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Domenica, 30 Novembre 2025 - Ore 12:00

Come già successo in questa mia liberissima rubrica, metto qui insieme alcune annotazioni di lettura appuntate di recente su carte personali e che poi ho pensato di trascrivere per farne (come appunto faccio qui) delle recensioni: recensioni (specialmente la seconda e la terza) che volutamente conservano il tono di noterelle private.

TIZIANO SCARPA. Delle "storie in rima" di in "Una libellula di città" (minimum fax) se ne possono leggere, di fila, non più di due o tre, perché poi annoiano; a parte questo, sono veramente ingegnose, sottili, sorprendenti: non capita mai che non si incontri, in queste lepide acrobazie di parole, un punto o un passo o un non detto che, con malizia e con ilarità, non mostri qualcosa in controluce. Queste storie così fuori dal mondo aprono continue occasioni di pensiero sul quel che, nel mondo, gli uomini vanno facendo: e dicono, degli uomini, quel che gli uomini, con la lingua e con gli occhi della convenzione, e ancor più con quelli della convinzione, cioè delle proprie ossidate abitudini, delle proprie stanchissime assuefazioni, non dicono, non sentono, non comprendono. Queste storie di Scarpa raccontano sempre qualcosa di impossibile che però potrebbe in parte trovare dimora in un'ipotetica situazione possibile, e lo fanno con un passo spesso esilarante. Hanno molto da dire circa la follia umana, che poi è quella che, secondo misure diverse, alberga in ognuno di noi e che, a seconda dei casi, può darsi sotto forma di maledizione oppure di salvezza. Scarpa porta la ridente accessibilità delle sue rime a un capovolgimento totale che ne fa raccontini visionari ed esplosivi, anche micidiali. Si vola lontanissimo dalle cose a cui siamo abituati, si veleggia lontanissimo dalla cosiddetta vita di tutti i giorni (e naturalmente dall'incontestabile realtà), quindi dalla famigerata e pericolosissima normalità, e tuttavia, paradossalmente, per dritto o per rovescio, grazie a queste vicende inverosimili ci si ritrova, anzi ci si scopre, ancora più dentro e addentro la materia strana dei nostri giorni e dei nostri pensieri: perché in questi racconti in rima, la parola, nel suo essere corpo cangiante e imprevedibile, nel suo montarsi e costituirsi in suoni e giri anarchici e scatenati, diventa il ventriloquo del corpo materiale del nostro agire e anche, e forse specialmente, del corpo immateriale della nostra mente. Scarpa reinventa il teatro di quello che succede nel silenzio dei nostri crani, nel baccano incessante dei nostri pensieri. E forse dipende da questo il fatto che tanto di quello che leggiamo in "Una libellula di città" rimandi verso una dimensione di sofferenza, di nevrosi, di fisima, di paura, di angoscia, insomma verso una delle tante dimensioni silenti con le quali quotidianamente, chi più chi meno, chi più consapevolmente chi meno coscientemente, ci misuriamo, o anche  facciamo a pugni, prendendo spesso grandi cazzotti in faccia e comunque faticosamente andando avanti per schivare quei colpi che noi stessi creiamo e che noi stessi ci infliggiamo. Allora questo libro di grandi e fantasiose invenzioni verbali diventa anche una radiografia possibile delle nostre invenzioni mentali, dei nostri punti di caduta: un viaggio implausibile e fededegno nella psiche e nei suoi labirinti. Non è una cartina che indichi puntualmente questo o quel problema, ci mancherebbe, ma un irvinghiano "sketch book" con dentro tracce possibili per guardare diversamente a quello che succede in ciascuno di noi. 
 
STEFANO SIMONCELLI. Leggo Stefano Simoncelli ("Sotto falso nome", Pequod) e mi chiedo questo: la perdita è il riacquisto di che cosa? È questa la domanda che le poesie di Simoncelli (morto lo scorso maggio) mi lasciano. Me la pongo a ripetizione perché credo stia in essa il fulcro di una possibile via di lettura dell'intero libro (non sono un conoscitore profondo della poesia di Simoncelli, pertanto mi limito ad annotare i pensieri che in me sono sorti durante la lettura di questa sola sua opera). La perdita, nel suo essere sottrazione, restituisce in forma nuova (direi anche: rinnovata, riconsacrata, inedita) qualcosa, ovvero ci restituisce a qualcosa (al di là di un qualcuno). 
Allora la perdita è il riacquisto di che cosa? Si potrebbe dire, intanto, che è un riacquisto; quindi prendiamo per buona questa premessa: la perdita è un riacquisto. Consideriamolo, per agio di riflessione, un punto assodato. Ma ora bisogna tornare a chiedersi: il riacquisto di che cosa? Se non propriamente di sé stessi, potrebbe consistere nel riacquisto di una possibilità di pensarsi o di ripensarsi. Però questa sarebbe, in fondo - e neppure troppo in fondo -, una lettura eccessivamente semplicistica della questione. La verità è che Simoncelli mi ha regalato l'opportunità di muovermi a tentoni lungo un ponte che unisce i versi delle sue poesie alla mia vita: per ciò questi miei appunti sono così incerti e vacillanti e però anche così partecipi riguardo l'interrogativo che pongono al proprio centro. Ma forse il cuore della faccenda può essere toccato in questo modo: la perdita è il riacquisto di una condizione interpretativa (non so se lo abbia già detto qualcun altro, magari un filosofo: probabilmente sì, probabilmente infinitamente meglio di così; non lo so: so che, per ora, questa è la conclusione a cui sono giunto). La perdita è il riacquisto di una condizione interpretativa. Non di una semplice possibilità interpretativa, ma di qualcosa di più largo, di più esteso, di più robusto: una condizione. Una condizione è di più di una possibilità. Ed è un riacquisto, non un acquisto ex novo: è il recupero - maturato e differente - del nostro sguardo sulla vita. Prendiamo, per esempio, il caso emblematico del lutto. Dopo la morte di qualcuno che amiamo, quello che notiamo è una diversità nel nostro modo di guardare alla realtà e agli altri. Penso che questa diversità sia figlia del riacquisto di una condizione interpretativa: una condizione che ci giunge come nuova e alla quale comprendiamo (sentiamo) di appartenere come se ne fossimo rinnovati.

NICHI VENDOLA. "Sacro queer", sacra diversità, perché "la diversità è il fondamento dell'esperienza umana", scrive Vendola in una delle ultimissime pagine di questo suo libro di poesie edito da Manni. Parole ultimissime perché bisogna andarle a scovare proprio in fondo in fondo, addirittura nelle pagine riservate ai ringraziamenti: ma è lì che stanno ed è da lì che mantengono invisibilmente tutta l'impalcatura del volume: sono la pietra di volta sia tematica che politico-ideologica del libro. Vendola canta il suo "sacro umano" e lo fa con una gestualità culturale di appassionato valore civile. Questo suo libro così intenso sarebbe stato guardato non senza interesse da un Pasolini (anche per quella certa propensione al modulo del poemetto) o da un De André: per il dare spazio, ascolto, accoglienza, attenzione a quelli che, parafrasando Giulio Salierno, potremmo chiamare i "fuori margine". Qui però il "margine" non è (come nel caso del bellissimo libro del sociologo scomparso nel 2006) quello che separa la legalità dall'illegalità, ma è quello che, come una scure (la scura e oscura scure del giusto e dello sbagliato), pretenderebbe di segnalare il confine tra la presunta normalità e la presunta (e si tratta di una presunzione veramente oscena) anormalità. "Queer - scrive Vendola nella prefazione - era l'offesa, l'ingiuria più comune, per sanzionare ciò che turbava la scena sociale, per colpire col fulmine dello stigma ciò che straripava dagli argini della "normalità". Noi ci siamo presi l'offesa e ne abbiamo fatto una bandiera. Abbiamo giocato d'inversione e di estroversione, facendo politica e seminando poesia". Nella sua introduzione, Vendola non manca di richiamare quello che è un altro riferimento ideale del libro, Sandro Penna, perché - spiega ancora Vendola - "la diversità non è un vestito alla moda, ma è dissidenza". In realtà, la presenza di Penna, se non altro come elemento di suggestione, la si scorge anche a livello tematico (lo stesso vale per Pasolini) nella poesia "Un muratore", che suona così: "Francuccio muratore / posava la cazzuola / e lo scalpello / si toglieva la puzza operaia / indossava profumo e cappello / un anello con la testa / di drago / la camicia col colletto francese / e quello sguardo suo vago / con un un filo di matita / sugli occhi / per strada scansava i monelli / i più brutti li chiamava sciocchi / ma come un ladro rubava / i più belli". L'ultimo testo di "Sacro queer" e "La ballata di Rocco Scotellaro", dove il nome del poeta di Tricarico diventa un vessillo.

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Simone Gambacorta
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