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Sabato, 17 Gennaio 2026 - Ore 15:43 Fondatore e Direttore: Luca Maggitti.

Il Critico Condotto – Simone Gambacorta
UN MAZZO DI FIORI
La copertina del libro ‘Un mazzo di fiori’ di Marco Pavoni, edito da Tabula Fati.

Nel nuovo libro di Marco Pavoni la poesia è sempre più scommessa conoscitiva. Nella trasparenza dei versi, tutta la complessità di un’interrogazione costante.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Sabato, 17 Gennaio 2026 - Ore 11:00

Nel nuovo libro di Marco Pavoni, che molto si consiglia, Un mazzo di fiori, pubblicato da Tabula Fati, c'è una poesia che pare indicare un certo modo, una certa intenzione di stare al mondo: sembra un piccolo autoritratto, una lettera, una confessione, un appello che qualcuno potrebbe fare a sé stesso; forse potrebbe persino essere un piccolo promemoria sull'esistere:

"Sentinella ergi / il tuo candore / dove il disordine / regna tra le tendenze / distorte della notte".

Tiene dentro di sé, stringe a sé, questa poesia, l'indicazione del significato (un significato possibile) che si può attribuire alla parola, e più ancora al modo di presenziare nell'esistente di chi la pratichi come quotidiano esercizio di vita: il candore come placida muraglia: il candore non come disarmata qualità della parola, ma come la parola stessa. Quindi (anche, forse) il candore come argine al "disordine", come azione oppositiva alle "tendenze distorte della notte". 

Non saprei dire se e quale ruolo Marco Pavoni attribuisca alla poesia e a chi la attua, la vive, la agisce, ma da questi suoi versi si ricava la sensazione di toccare con mano una particolare coscienza del rapporto con la scrittura di versi. 

Diciamo anche: sembra di toccare con mano i dati di una scelta: e per di più, di una scelta che sembra voler saldare la scrittura con la vita: siamo a uno sposalizio interrogante: siamo a una consacrazione di parti che trovano nella reversibilità reciproca il ritmo di una simbiosi speculare: speculare e perciò anche moltiplicante, perché ogni specchio può aprire un labirinto (ogni specchio - sempre per stare a Borges - può pensare un labirinto: o sognarlo).

Pavoni sembra proporre un punto di vista esistenziale su un certo tipo di relazione tra l'individuo e il mondo. Lo fa, sul piano stilistico, secondo un andamento formale che tocca per intero il libro: lo fa, cioè, con una scrittura essenzializzata, ridotta a nient'altro che non sia la propria fondamentale istanza, la propria sostanza lasciata coagularsi in una qualche macchia di voce nel silenzio d'attorno. 

Si sente chiaramente, in tutta la silloge, questo lontano lavoro di mondatura, ed è come se vi si riconoscesse una precedente azione esfoliativa: quella che poi ha dato appunto poesie di pochissimi versi, poesie nitidissime sul piano del dettato, ma di un nitore contratto, che acquisisce una sua malìa dal fatto di non lasciarsi andare, di non darsi semplicemente come chiarezza, ma di rapprendersi e di restituirsi nell'immediatezza di suono di una pronuncia affabile e complessa, aperta e condensata, sempre ben stagliata in sé stessa e al tempo stesso fondamentalmente elusiva, fuggevole, disparente.

Direi anche che nel libro di Pavoni vi sia, tematicamente parlando, una convivenza tra l'amore sentimentale (quello, per così dire, tipico, e persino codificato, in talune contrade dell'immaginario collettivo, addirittura come cliché: cioè quello più paradigmatico e quindi più o meno noto a tutti) e un amore diverso, sapienziale, esoterico, che chiede di essere costeggiato, anche in chiave di scrittura lirica, secondo sentieri che si direbbero di tipo iniziatico. 

Ma è evidente che Un mazzo di fiori ci pone innanzi a un momento nuovo del percorso di Marco Pavoni: un momento dove il territorio lirico si spinge sempre più a essere terreno di ricerca, di pensiero, di meditazione, e dove la parola sorge e si innesta per darsi - tremula e ferma - a uno spazio ulteriore. Uno spazio che esiste nella misura in cui accetti (lo spazio) di consegnarsi a tre domande essenziali. La prima: cosa può essere intuito? La seconda: cosa può essere trattenuto? La terza: cosa può essere pronunciato?

Non è una parola detenuta in sé stessa e nelle sue strutture, quella di Pavoni: è invece una parola che continuamente si proietta e si introduce nell'esposizione a un ignoto: come se lo richiamasse, come se lo inseguisse; e anzi come ne fosse richiamata, come ne fosse inseguita.

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Simone Gambacorta
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