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Il Critico Condotto – Simone Gambacorta
IL DOLORE DEI FUORI MARGINE. IN MEMORIA DI GIULIO SALIERNO
Il libro ‘Fuori margine’ di Giulio Salierno.

A vent’anni dalla morte del sociologo che insegnò all’Università di Teramo, un’intervista sui ‘fuori margine’.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Giovedì, 05 Febbraio 2026 - Ore 12:00

Sono passati vent'anni dalla morte di Giulio Salierno (27 febbraio 2026), docente di Sociologia generale all'Università di Teramo (lo chiamò in cattedra l'allora preside di Giurisprudenza, Michele Ainis) e attento studioso dell'istituzione carceraria, con un percorso di ricerca avviato nel 1971 con il volume "Il carcere in Italia" (Einaudi), firmato con Aldo Ricci.

L'intervista che oggi ripropongo mi fu rilasciata da Salierno nel 2004 e uscì nel settimanale “L'Araldo abruzzese” il 13 giugno dello stesso anno (è stata poi da me raccolta nel mio libro “Parole nate per caso”, nel 2008).

Mi sembra giusto rimetterla in circolazione sia come necessario tributo alla figura di Salierno, sia per la tematica che vi si affronta e che oggi, in tempi intossicati dall'animosità del facile giudizio e dello sloganismo inane, mi pare addirsi tremendamente alla cosiddetta aria che tira.

L'intervista riguarda il libro “Fuori margine. Testimonianze di ladri, prostitute, rapinatori, camorristi” che Salierno pubblicò nel 2001 per Einaudi, così come il non meno importante “Autobiografia di un picchiatore fascista” (1976), ripubblicato nel 2008 da Minimum fax.

Salierno, romano, nato nel 1935, fu militante del MSI. Nel 1955 fu arrestato per omicidio e nel '68 ebbe la grazia dal Presidente della Repubblica Saragat.

Gli anni in carcere furono per lui densi di studio e divennero quella particolare “università” che lo condusse a ripudiare la militanza ideologica giovanile per attestarsi su tutt'altra posizione.

I suoi studi sulla dimensione penitenziaria hanno dunque avuto origine da un'esperienza diretta.

- Simone Gambacorta. Le storie che ha raccontato in “Fuori margine”, rielaborando una serie di sue interviste, sono storie vere di ladri, prostitute, rapinatori e camorristi. Non sono storie di vincitori, ma non credo si possano considerare storie di vinti: mi pare anzi si situino in un livello intermedio, incompatibile con gli schemi usuali.
- Giulio Salierno. Gli schemi usuali non riflettono la realtà, ma ciò che noi crediamo sia la realtà. Questo è particolarmente vero per la criminalità. Un universo contraddittorio e sfuggente, posto spesso sugli altari da una cattiva letteratura e un pessimo cinema. Il paradosso della situazione è che gli stessi criminali, li definisco tali dal punto di vista giuridico, tendono a percepirsi come il senso comune vuole che siano. I ladruncoli di borgata, soprattutto con gli estranei, parlano di se stessi come fossero Al Capone, oppure, al contrario, vittime della società senza scampo e senza alternative possibili. O Abele o Hitler. Assurdità, si capisce. Ma è proprio questo il meccanismo di cui tutti noi siamo prigionieri. In sociologia, per analizzare questa situazione, si ricorre prevalentemente alla teoria dell'etichettamento o dei gruppi oppure dell'anomia. E in “Fuori margine”, nelle parole degli intervistati, volendo, si possono individuare facilmente queste tesi. Ma io, nelle storie raccontate, perché gli intervistati parlano in prima persona, volevo saltassero fuori i reali comportamenti, modi di pensare, amori, furori, rabbie, desideri, speranze delle persone con cui ho parlato. È stata la parte più difficile del lavoro È molto difficile convincere un camorrista, indicato per nome e comunque riconoscibile dalle stesse vicende narrate, a dire, parlando di se stesso: “Uccidere un uomo è facile e non si prova un bel niente”. Oppure far confessare a una bella prostituta, anch’essa facilmente identificabile, che fa la vita perché così guadagna più che se lavorasse. Ed è difficile far parlare in questo modo i devianti di se stessi perché essi, per difesa, direi legittima, tendono a romanzare la propria vita non solo secondo gli stereotipi culturali interiorizzati, ma anche secondo ciò che credono l'interlocutore voglia sentirsi dire.

- Simone Gambacorta. La verità di ciascuno rivela un'autenticità disincantata, nel bene e nel male.
- Giulio Salierno. Chi vive fuori dei margini è per forza disincantato. È prigioniero di regole introiettate, ma esse sono, di solito, diverse da chi, in pantofole, vive una rapina davanti alla televisione. Chi impugna un'arma per assaltare una banca o un portavalori, a meno che non sia strafatti di droga, sa benissimo che, dal momento in cui, pistola o mira in mano, aggredisce cassieri o vigilanti, è in guerra con il mondo, una guerra senza bandiere e senza ideali; e che rischia, se scoperto, decenni di galera, o, se sorpreso sul posto, di essere ammazzato come un cane. Naturalmente, mette anche lui in conto di dover uccidere qualcuno e se ne preoccupa solo ai fini di essere individuato. Non si cura, cioè, della vita dell'eventuale vittima, ma solo di essere, anche per il fatto di aver seccato qualcuno, scoperto e arrestato. Questa è la realtà. Il resto è chiacchiericcio inconcludente. Non esiste una morale, ma tante morali, spesso tra loro intrecciate, a seconda della classe o del ceto sociale a cui si appartiene. Insomma, tutti noi siamo umanità dolente, ma qualcuno lo è più degli altri. Homo homini lupus. Solo che qualcuno è più lupus di altri. Lo è spesso per nascita, ceto, condizione sociale e di potere. Hobbes forse aveva ragione. Non poteva però tener conto delle disuguaglianze di classe. Sappiamo, infatti, che l'oggetto primo della violenza sulla terra è l'uomo. Storicamente, come soggetto che esercita e contro cui viene esercitata la violenza. Lo strumento principale, decisivo per l'affermazione dell'uomo sugli altri animali e su se stesso è, per l'appunto, la sua capacità di trasformare l'aggressività in intelligente, micidiale strumento di offesa. È la clava l'arnese alla base del successo dell'uomo. Nessuno come i marginali ne è pienamente consapevole: nel bene e nel male.

- Simone Gambacorta. Se ripensa alle storie che ha ascoltato, e alle pause ed alle esitazioni che le hanno punteggiate, quale riflessione le suscitano le parole “bene” e “male”?
- Giulio Salierno. Il “bene” o il “male” dipendono da dove siamo nati e in quale famiglia. Non che gli appartenenti ai ceti abbienti non commettano reati. Anzi. Ne compiono di particolarmente dannosi. Si pensi agli scandali finanziari. L’onere sociale di queste azioni è assai superiore alla somma di tutte le rapine e i furti di piccolo cabotaggio compiuti in un Paese. Il punto però è che questo genere di crimini non è percepito dai più come particolarmente odioso. Addirittura, più spesso di quanto non si creda, gli autori di questi “espropri” generalizzati sono, in segreto e non tanto, ammirati, invidiati. In un palazzo lussuoso, nessuno toglierebbe il saluto a un altro condomino sospettato di aver rastrellato miliardi giocando sporco nel mercato azionario. È una questione di regole, di valori condivisi. Ricerche di merito ce ne sono poche. Anni fa, negli Stati Uniti, ne è stata realizzata una particolarmente significativa. Sulla base di questa approfondita indagine, si è appurato che il danno economico provocato dai reati dei colletti bianchi è, mediamente, almeno quattro volte quello causato da tutti i crimini commessi dagli appartenenti ai ceti meno privilegiati. Eppure ben pochi, anzi quasi nessuno di questi delinquenti in guanti bianchi finisce in carcere. E comunque non vengono giudicati per quel che effettivamente sono: degli odiosi malfattori. “Bene”, “male”, dunque, occorre vedere come, dove, perché e quanto nelle nostre definizioni di valore risponda alle norme imperanti, il cui ancoraggio, in ultima analisi, è inevitabilmente fissato alle esigenze dell’economia e del potere.

- Simone Gambacorta. Quando la società emargina si dà un alibi, schermandosi dietro forme “canonizzate” di bene e male. In che misura la società tende a scrollarsi di dosso certi fardelli?
- Giulio Salierno. Sempre. La società ha bisogno del capro espiatorio. Non ne può fare a meno. Non riuscirebbe a sopravvivere senza. È il disagio della civiltà, direbbe Freud. Rispetto all’uomo delle caverne, abbiamo compiuto passi avanti giganteschi. Forse tra venti o trenta anni andremo su Marte. Ma, per quel che concerne l'essenza della libertà, il suo coincidere, in termini filosofici, con la ragione assoluta, siamo ancora all'anno zero, o poco più. Per alcuni teorici, poi, il darwinismo sociale o, se si preferisce, la costruzione di forme canonizzate di lecito e illecito, è indispensabile per la formazione e il perpetuarsi della ricchezza e per lo stesso sviluppo della libertà. Secondo queste tesi, noi, come corpo sociale, per sopravvivere rispetto a noi stessi, ai nostri sensi di colpa, ai desideri belluini che ci fermentano nell'inconscio, alla necessità di realizzare piramidi sociali che emarginano milioni, centinaia di milioni di uomini, siamo costretti, obbligati allo stigma e a volte al razzismo, alla nascita del diverso, del deviante, per evitare che la violenza di cui siamo preda, e che neghiamo come esistente in noi, nelle nostre istituzioni, nei nostri valori, esploda tra noi, contro di noi, mandando in frantumi il corpo sociale. Il capro espiatorio, come elemento di scarico delle tensioni individuali e collettive, è lo strumento che equilibra o riequilibra la situazione.

- Simone Gambacorta. Che dolore è il dolore di chi vive “fuori margine”?
- Giulio Salierno. La risposta è difficile. Anche perché non tutti i “fuori margine” vivono la stessa situazione o hanno la stessa cultura. Adesso poi con la questione dell’immigrazione il discorso si complica. Come sappiamo, soprattutto nella piccola criminalità, la presenza degli immigrati è sempre più massiccia. Non che gli extracomunitari abbiano una particolare inclinazione a delinquere. Succede tra essi più o meno la stessa cosa che capitava ai nostri emigranti nelle Americhe. Ci vorrà molto tempo prima che, come è successo ai nostri connazionali emigrati, questa situazione si modifichi. Naturalmente, il dolore, la fatica di vivere di un immigrato, come capitava ai nostri, lontano dalla famiglia, dal suo ambiente naturale, dalla sua gente sono probabilmente più intensi, più acuti, forse più profondi dei marginali italiani. Si pensi solo alle umiliazioni quotidiane che deve subire un extracomunitario se vive, come spesso capita, per strada, solo semplicemente per defecare o orinare. Ciò premesso, in generale la sofferenza dei “fuori margine” è strettamente legata e dipendente dalla loro costante collocazione nel ruolo di esclusi. Non sono esclusi per brevi periodi di tempo o solo per alcune cose. No, la condizione di esclusione è totalizzante. Non concerne solo i periodi trascorsi, eventualmente, in carcere, ma ne abbraccia tutta la vita, ne compenetra i pori familiari, del divertimento, del lavoro.

- Simone Gambacorta. Umanamente, cosa le ha dato e tolto l'esperienza di "Fuori margine"?
- Giulio Salierno. Mi ha dato molto, tolto poco, solo il tempo speso per rintracciare e parlare con gli intervistati. Mi ha dato molto, perché ho imparato tante, tantissime cose dagli esclusi, italiani e stranieri. A onor del vero, devo tutto ai marginali, ai devianti, ai detenuti. In un certo senso, tutto ciò che so, ammesso sappia qualcosa, tutto quello che ho fatto, la stessa cattedra di Sociologia all'Università di Teramo, i libri scritti, tutto, insomma, lo devo a loro. Di più: devo a loro la consapevolezza del vivere quotidiano, le esperienze fuori del comune, vive, significative, incancellabili, fatte mentre ero nella Legione Straniera, in carcere in Algeria, vivendo fianco a fianco con gli arabi torturati, condannati a morte, due a Orano e uno ad Algeri, e poi nelle prigioni francesi e italiane. Migliaia e migliaia di reclusi, storie, sentimenti, amicizie. Il carcere è certo un luogo dove si vedono e si vivono massime abiezioni, ma anche splendidi eroismi, fedeltà alla parola data, solidarietà. Se per anni si dividono pane, insonnia, furori dei compagni di catena, si resta indissolubilmente legati a essi. Ci si riconosce sempre, a cenni, solo fiutandosi. Non si è solo condiviso un tratto di strada, ma molto di più: si è scoperto insieme che si è uomini, si resta uomini in tutte le circostanze. E per dirla tutta, ho incontrato molti più delinquenti fuori, tra la gente bene, che tra i reclusi in tutte e ventidue le carceri che ho girato.

[“L'Araldo abruzzese”, 13 giugno 2004].

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