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Divisione Nazionale B – Girone C – MEC Energy Roseto Sharks
UN MARINE PER IL LIDO DELLE ROSE: PHIL MELILLO, IL SERGENTE DI FERRO.
Phil Melillo.
[Mimmo Cusano]


Articolo dedicato al coach del Roseto, pubblicato ieri su IL TEMPO.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Venerdì, 18 Gennaio 2013 - Ore 00:45

Roba da crisi di identità. Chi è un uomo che la domenica sera si prende gli applausi di tifosi festosi, che gli riconoscono grandi doti di allenatore, e al mattino presto è il primo a leggere le sue dichiarazioni sui giornali che vende nella sua edicola? Chi è uno a cui capita di essere contenitore e contenuto della notizia? Senz’altro un uomo speciale, vista la capacità di andare sui giornali e poi di venderli. Di certo uno che non ha paura di cambiare e battere strade nuove, se è vero che ha comprato un’edicola pur essendo un allenatore di basket, che ha fatto il mestiere arrivando al livello più alto in Europa: l’Eurolega.
 
Parliamo di Phil Melillo, 60 anni compiuti, oriundo nativo di Newark, USA, e da 15 anni cittadino rosetano. Parliamo dell’allenatore del Roseto Sharks, preso in corsa e oggi condotto ad una striscia aperta di sei vittorie consecutive, che hanno rilanciato le ambizioni del sodalizio cestistico del presidente Ettore Cianchetti e dello sponsor Giuseppe Di Sante.
 
Fisico da marine e modi da sergente di ferro (una furia quando lavora, silenziosissimo fuori dalla sue competenze), Melillo è uomo che ha vissuto molte vite. Tutte intense.
 
Ha iniziato arrivando nel 1976 in Italia da giocatore, giovandosi della regola che consentì alle società di basket di affiancare un oriundo all’unico straniero (altri tempi). In Serie A2, nella Lazio di coach Asteo, Melillo riuscì a salvare la squadra nonostante l’infortunio dello straniero della squadra (allora non sostituibile per regolamento). Il massiccio Phil segnò 30 punti a partita giocando playmaker e iniziò a farsi una reputazione nel paese in cui era una sorta di emigrante di ritorno.
 
La stagione successiva, saltata la regola a tutela degli oriundi e arrivato il doppio tesseramento per gli stranieri, Melillo fu evidentemente ritenuto “poco straniero” e nessuna squadra lo ingaggiò. Ma il nostro, che è uomo davvero tosto, non si perse d’animo e iniziò la trafila per la naturalizzazione, sottoponendosi alla disputa del numero di campionati minori che occorrevano per diventare italiano. Il guizzante Melillo, nel fiore degli anni e nel pieno della carriera, confinato in Serie C: uno spreco di talento e un insulto allo sport. Meno male che arrivò l’amore, visto che nella militanza a Cagliari conobbe Maria Vittoria (Mavi) Fara – giocatrice di basket della Nazionale – che sarebbe poi diventata la donna della sua vita e che lo ha reso padre di Martina.
 
Se non sei duro, non resisti alla frustrazione di giocare in Serie C essendo a tutti gli effetti un giocatore di Serie A. E siccome Phil è un duro vero, resistette . E tornò, dopo 6 campionati nel limbo delle minori, in Serie A da italiano, ingaggiato dal Treviso. Dopo la marca veneta, l’esperienza a Rieti, a 32 anni, segnando oltre 17 punti di media a partita e contribuendo in modo determinante alla salvezza della squadra sabina in cui giocò insieme a Dan Gay e Joe Bryant, il papà di Kobe, oggi stella dei Los Angeles Lakers in NBA. Dopo Rieti, una stagione a Roma e poi, appese le scarpette al chiodo, l’inizio della carriera da allenatore.
 
Una carriera che lo ha portato a vincere la Supercoppa Italiana con Verona e a sbarcare a Roseto, in Serie A2, chiamato da Michele Martinelli nella stagione 1998/1999. Melillo trovò un ambiente non facile, sostituendo l’amatissimo coach rosetano Tony Trullo, artefice della promozione nel campionato precedente.
 
L’uomo di Newark, partita dopo partita, seppe conquistarsi i favori del pubblico, portando ai play-off promozione la matricola rosetana e trascinandola ad una strepitosa quanto inaspettata vittoria del campionato la stagione successiva, spronando un organico fatto di onesti giocatori ma senza campioni, eccezion fatta per Paolo Moretti e Mario Boni (che sostituì proprio l’infortunato Moretti).
 
Melillo portò la minuscola Roseto degli Abruzzi nell’olimpo del basket nazionale, la Serie A1, e restò per allenare quella matricola che riuscì a giocare un campionato all’insegna della sfacciataggine e delle fortissime emozioni regalate al suo pubblico. Roseto, conosciuta per il basket per il Trofeo Lido delle Rose, il torneo estivo di basket più antico d’Europa (e forse del mondo), si guadagnò il rispetto anche nel basket di club, conquistando prima la Final Eight di Coppa Italia e poi, addirittura, i Play-off Scudetto. Tutto questo nonostante la politica del basket, che tentò di sgarrettare il fiero sodalizio rosetano mandando la squadra a giocare in esilio a Chieti, per ripicca dopo la “Sentenza Sheppard” e la conseguente liberalizzazione degli stranieri, ottenuta dal barricadero presidente Martinelli.
 
Dal 1998 al 2001 a Roseto: un tempo sufficiente per il marine di Newark per innamorarsi del posto e mettere su casa con la sua famiglia. Il lavoro lo chiamò altrove, ma la famiglia restò nel Lido delle Rose, dove Phil tornò ad allenare nel 2002, nel Roseto gestito da Enzo Amadio. E fu un’altra annata densa di grandi soddisfazioni per la piccola Roseto degli Abruzzi. Forse persino troppo grandi: Final Eight di Coppa Italia (arrivando a un tiro alla possibile Finale), Ottavi di Finale in Uleb Cup (portando il nome di Roseto in palazzetti da decine di migliaia di persone come quello di Madrid, che era una ex plaza de toros coperta) e ancora Play-off Scudetto.
 
Una stagione memorabile che lo catapultò a Pesaro, dove seppe riportare la squadra in Eurolega, allenandola la stagione successiva in quella che una volta aveva il più nobile nome di “Coppa dei Campioni”. Nonostante le soddisfazioni europee, Melillo ha continuato negli anni ad abitare a Roseto con Mavi e Martina. Anche nel 2009, quando ha vinto la Eurochallenge Cup, come assistente di coach Matteo Boniciolli, con la Virtus Bologna.
 
Poi, nel 2011, la scelta che ha sorpreso molti: l’acquisto di una edicola, proprio in centro a Roseto. Nessun problema ad alzarsi alle 5 del mattino, per lui che comunque all’alba era abituato a fare jogging, ma di certo un mestiere duro e del tutto nuovo. Ma Phil è un marine e l’adattamento è stato pronto. Come sempre.
 
Poi, e siamo a fine 2012, la chiamata che bussa al cuore: Roseto, la sua Roseto, lo rivuole in panchina. Non è più la Serie A, ma la DNB. Melillo accetta, torna in palestra, chiede un mesetto per conoscere i giocatori e abituarsi ad un campionato sconosciuto e poi comincia a vincere.
 
Al posto di Lockhart c’è Leo e al posto di Boni gioca Marcante, il ruolo di Gilmore è oggi di Stanic, quello di Attruia è di Petrucci e al posto di Guarasci c’è Amoroso (per citare il Roseto odierno e quello 2000/2001). Cambiano giocatori e categorie, non cambia l’impronta del sergente di ferro. Oggi gli Sharks esprimono in campo la stessa intensità dei silenzi e degli sguardi alla dinamite del suo coach. Sei vittorie in fila, per ricominciare a far sognare il Lido delle Rose. Il marine è sempre lo stesso, anche se in tempo di crisi gli tocca fare il doppio lavoro.
 
[Pubblicato su IL TEMPO del 17.01.2013.]
 
Luca Maggitti
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