«Luca, il coach dell’Under 19 dell’Argentina è il fratello di Ginobili. È uguale, l’ho riconosciuto dal naso e gli ho detto che suo fratello ha già dormito qui».
Parole di Daniele Cimorosi, che mi smazza un assist panciuto coi fiocchi. E siccome fra gente “de trippa” ci si intende, vado all’Hotel Bellavista e chiedo udienza “al fratello”.
Lo staff della Nazionale, cordialmente, mi dice di ripassare alle 15. Esco e nel frattempo scrivo a Luciano Saborido, altro italiano d’Argentina (avi originari della Lombardia, mentre i Ginobili dovrebbero avere radici nelle Marche), dicendogli che di lì a poco intervisterò Sebastian Ginobili.
Luciano mi risponde: «Che ci fa il “Sepo” a Roseto?». Gli spiego che è il coach dell’Argentina U19 e che gli porterò i suoi saluti. Luciano, da sempre nobile di modi, mi dice di non scomodarmi, visto che non si ricorderà di certo di un giocatore contro il quale avrà giocato una amichevole.
Torno al Bellavista (dove Manu è passato quando era in maglia Reggio Calabria prima e Virtus Bologna poi) alle 15 e Ginobili è sullo stesso divano in cui feci l’ultima intervista italiana a Luciano. E anche lui sul tavolo ha il termos per la yerba mate, anche se non scorgo la bombilla per sorbirlo.
Lo chiamo, dandogli del “coach”, si alza e sorridente si mette a disposizione. È, praticamente, un altro Manu Ginobili quanto a tratti somatici. O, per lo meno, sai per certo che è “il fratello”. Sebastian è infatti uno dei due fratelli maggiori – giocatori pure loro – di Manu. Classe 1972, è stato ex atleta di buon livello in Argentina (2 stagioni anche in Spagna, nella Liga LEB, a Cantabria), ritirandosi nel 2012 e occupando il terzo posto nella classifica di presenze della Serie A argentina, avendone collezionate ben 935. Nel 2006, ai Campionati Sudamericani del Venezuela, ha vinto la Medaglia di Bronzo con la sua Nazionale.
Dopo il ritiro dai campi, è diventato allenatore nella massima serie della sua alma mater Bahia Blanca (con altri famosi ex giocatori nello staff, come l’assistente Alejandro Montecchia e il team manager Juan Espil) ed è al suo primo impegno come coach dell’Argentina Under 19.
Ecco l’intervista.
Coach Sebastian Ginobili, sei stato un buon giocatore e sei anche il terzo per presenze nella massima lega argentina. Ma quanto è difficile essere, nel contempo, un buon giocatore e “il fratello” di Manu Ginobili?
«Non è difficile. Sono orgoglioso di essere suo fratello, un suo fan e felice per la sua carriera. La mia carriera è stata tutta in Argentina, eccezion fatta per due stagioni in Spagna, e di certo non giocavo come lui, ma direi che anche io mi sono divertito».
Quando mi è capitato di intervistare o parlare con giocatori argentini, mi sono sempre sentito dire che Manu Ginobili non è solo un campione in campo, ma è un vero e proprio idolo, perché non dimentica le sue radici e si prende cura del movimento cestistico argentino...
«In Argentina, di solito, gli idoli sportivi sono calciatori, tennisti, piloti di automobili. Manu è stato il primo giocatore di basket a diventare una superstar e credo che abbia aiutato molto la Medaglia d’Oro conquistata alle Olimpiadi di Atene. Poi, la sua carriera in NBA lo ha proiettato nell’immaginario collettivo allo stesso livello di Messi. Credo che il popolo apprezzi il suo essere una persona normale, che viene dalla strada, che ha molto lavorato e che è un uomo come tanti, elevandolo proprio per questo a livello di idolo sportivo».
Dal 2002 al 2004 hai giocato a Cantabria, nella seconda lega spagnola (LEB). Quali le differenze fra il basket che hai giocato in Argentina e quello europeo?
«Direi che è molto simile. All’epoca, il livello della LEB spagnola era come quello della massima serie argentina. La vera differenza è fuori dal campo. Ad esempio, nelle mei stagioni a Cantabria ho giocato circa 34 gare a stagione. In Argentina capita di giocarne 55 o 60. Si gioca sempre 2 volte a settimana e si passa molto tempo viaggiando, avendo di conseguenza molto meno tempo di allenarsi. Questa credo sia la vera differenza, mentre a livello di giocatori e basket, come ho detto, la seconda lega spagnola valeva la prima argentina».
Perché la scelta di diventare un coach, dopo il basket giocato?
«Mi sono ritirato nel 2012 e volevo allenare giovani giocatori. Non a livello competitivo, bensì per farli migliorare e crescere. L’ho fatto per 4 mesi, ma quando ho terminato questo periodo il presidente del Bahia Blanca mi ha offerto la panchina del club con un contratto triennale. Non me l’aspettavo e la cosa mi aiutato a decidere nel giro di 2 o 3 giorni. Ho detto sì, anche se l'opportunità mi ha davvero sorpreso. Nella mia prima stagione ho imparato giorno per giorno. Ho appena finito la mia seconda stagione e devo dire che mi sento a mio agio nel ruolo di coach, cercando di fare del mio meglio ogni giorno».
Poi è arrivata la chiamata dalla Federazione per guidare la Under 19...
«Si, mi è stata offerta la panchina per questi Campionati Mondiali di categoria ed eccoci a Roseto per giocare un torneo di preparazione».
Quali gli obiettivi della vostra Nazionale al Mondiale?
«Sarà un torneo molto difficile, con tante squadre forti come Stati Uniti, Turchia, Australia, Serbia e altri. Noi non siamo molto grossi ma possiamo giocare molto forte ogni gara, sapendo che nonostante sarà molto dura proveremo a fare del nostro meglio. Abbiamo buoni giocatori sul perimetro, mentre i nostri lunghi sono molto giovani e senza esperienza, ma andiamo a giocarcela sperando di ben figurare».
Parlando invece della Nazionale argentina? Cosa succederà dopo la "Generacion Dorada"?
«Dobbiamo essere pazienti e lavorare con i giovani giocatori, dando loro l'opportunità di giocare con la Nazionale. Manu, Chapu, Scola, Oberto non possono durare in eterno, quindi adesso c'è una Nazionale in cui si mescolano giovani e anziani. Comunque, Scola giocherà, Nocioni giocherà di certo, Delfino dovrebbe tornare a giocare dopo un infortunio. Penso che su questi 3 veterani e sui giovani si debbano gettare le basi per i prossimi 4 o 5 anni, ben sapendo che non abbiamo la squadra che avevamo anni fa, ma che senza giocare i giovani non possono migliorare».
Ultima domanda, coach. Cosa farà, secondo te, Manu Ginobili quando smetterà di giocare? Sarà un coach, un dirigente o cosa?
«Non lo so ancora, ma non lo vedo né coach né dirigente. Penso che possa lavorare per la Federazione argentina dopo lunghi e stressanti anni di NBA fatti di ritmi serrati e uno stile di vita duro per un atleta, spesso lontano dalla famiglia. Io penso che quando smetterà, e non so quando smetterà, potrebbe prendersi un anno sabbatico per scegliere cosa voler fare dopo. Lo vedrei bene come simbolo del basket argentino, nel campo delle relazioni».
Giocherà ancora a San Antonio la prossima stagione?
«Non lo so ancora, credo che deciderà nei prossimi giorni. Comunque, è una decisione che deve prendere con calma, decidendo con razionalità. E so che farà la scelta giusta».
Ringrazio Sebastian Ginobili, esco dal Bellavista, inforco la bicicletta e scrivo a Luciano Saborido, dicendogli che ho dato i suoi saluti a Sebastian Ginobili, informandolo che aveva giocato nella vicina Atri, e che “Sepo” si è ricordato di lui dicendomi: «Grazie, me lo ricordo. Quel lungo che giocava al Sud. Abbiamo fatto anche un'amichevole».
Luciano, a stretto giro, sentenzia: «Un vero uomo di basket si vede anche da queste cose: ricordarsi di tutti i giocatori. Fidati, Luca, dei tre fratelli Ginobili quello con più talento puro era lui».