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Calcio – Serie A
MARCO GIAMPAOLO: OMNIA MEA MECUM PORTO.
Marco Giampaolo.

Marco Giampaolo con il suo amico Pier Paolo Marchetti, giornalista.

Marco Giampaolo con il suo amico Pier Francesco Betti, dirigente sportivo nel basket.

Intervista con il nuovo allenatore dell’Empoli. Che riparte da zero, con un bagaglio leggero.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Mercoledì, 24 Giugno 2015 - Ore 20:45

Marco Giampaolo, John Lennon ha detto che la vita è quel che ti accade mentre sei occupato a fare altri progetti. Lui ha scritto “Imagine”. Tu avresti mai immaginato una chiamata dall’Empoli, in Serie A?
«La frase di Lennon nel mio caso calza a pennello, perché la proposta dell’Empoli è arrivata inaspettata. Quindi ero davvero impegnato a fare altri progetti, visto che stavo riorganizzandomi per il prossimo campionato di Lega Pro con il Cremona, società in cui sono stato benissimo avendo un grande rapporto umano con la società e uno straordinario con il gruppo dei giocatori. Che dirti, magari mi sarei aspettato qualche telefonata da club di Serie B, ma la A era un qualcosa che stava un po’ più in là, rispetto ai miei pensieri. Qualcosa che, fino alla chiamata dell’Empoli, speravo di poter riconquistare con le ulteriori stagioni di lavoro a Cremona».
 
Nel presentarti a Empoli, hai usato una immagine molto forte, dicendo che era come se un giudice ti avesse tolto l’ergastolo, ma con la condizionale. Dunque, non allenare in Serie A lo vivevi, calcisticamente parlando, come un “fine pena mai”?
«Finora, la mia carriera di allenatore è stata particolare. Avrei meritato di fare un salto di qualità sicuramente qualche stagione fa. Invece, per diversi motivi, il salto non c’è stato. Poi, dopo 6 o 7 anni consecutivi di Serie A, c’è stata la B, prima di essere catapultato in Lega Pro. Se mi è sembrato ingiusto il mancato salto di qualità quando ero in Serie A, mi è sembrato altrettanto ingiusto che per me ci fosse spazio solo in Lega Pro. E, a scanso di equivoci, tengo a ribadire che questo non ha nulla a che vedere con Cremona, società e città in cui sono stato benissimo e ci tengo a sottolinearlo. Per questo ho parlato di ergastolo, per questo ringrazio il giudice, che è l’Empoli, che ha firmato la sentenza».
 
Via l’ergastolo, largo alla libertà. Con l’accento sulla A...
«La Serie A è la massima ambizione di chi fa sport, il vertice di una piramide, l’apice. La passione è la stessa in tutte le categorie, perché se non ce l’hai in Lega Pro non ce l’hai neanche in Serie A. Poi, però, nella massima serie cambia tutto: attenzione mediatica, pubblicità, divise, palloni, numero di spettatori. Il calcio, ti garantisco, è sempre quello, ma l’aspetto mediatico è talmente spinto in Serie A che ha la forza di cambiare tutto, dando valore a tutto il movimento. Logico dunque che per tutti noi, potendo scegliere di avere campi migliori, arbitri migliori, ingaggi migliori... la scelta verso la Serie A è ovvia, così come è normale provare a restarci».
 
Empoli è la società adatta a un nuovo inizio, per un allenatore come te?
«Credo che, in assoluto, per me non potesse esserci chiamata migliore. Conosco Empoli per la sua storia, per il buono che ha fatto in questi ultimi 20 anni di calcio di vertice, per il passo giusto e mai più lungo della gamba. È una società di grande qualità e con molte idee, perché senza idee se sei una piccola città non riesci a importi e avere continuità fra Serie A e B. In questo senso, credo che Empoli sia un prezioso trampolino di lancio per tutti coloro che ci passano, perché i dirigenti per primi percepiscono questo aspetto e percorrono questa strada».
 
Hai scelto di sottoscrivere il contratto per una sola stagione. Marco Aurelio, l’imperatore filosofo, consigliava: “Prendere senza illusioni, lasciare senza difficoltà”. Anche per te vale la sua massima?
«Il contratto di una sola stagione significa la possibilità di sentirti libero e di far sentire libero anche chi ha creduto in te. E cioè, per quanto mi riguarda, cercare di farmi apprezzare attraverso il lavoro, non forte di un contratto pluriennale. La mia più grande soddisfazione sarebbe quella di ricevere, da parte dell’Empoli, una proposta di rinnovo sulla base del mio lavoro e di quello che siamo riusciti a costruire insieme. Io l’ho sempre pensata in questo modo, anche quando ero calciatore. Non sono mai andato a chiedere rinnovi o prolungamenti, perché ritenevo motivo di orgoglio che la società venisse da me a propormi di continuare, sulla base di quanto avevo fatto in campo».
 
Sei arrivato a un passo dalla Juventus, senza riuscire a concretizzare la cosa. Hai pensato a un sortilegio degli dei del calcio che si accanivano contro di te, ti sei creato dei fantasmi, o l’hai presa in modo laico, uscendone sereno?
«L’ho vissuta in maniera laica. Quando parlavo del mancato salto di qualità non parlavo della Juventus in particolare, ma ragionavo in generale sulle opportunità che mi avrebbero permesso di fare un salto di qualità, passando dall’allenare una squadra che si deve salvare a guidarne una di media classifica e poi continuare un percorso di crescita. Se devo fare nomi, non ho sfiorato solo la Juventus, ma ho sfiorato la Roma, la Fiorentina, la Sampdoria, l’Udinese. Diciamo che quando hai fatto una buona stagione in una provinciale, devi andare. Perché se non ci provi, il pericolo è dietro l’angolo per tanti motivi, che solo chi conosce il mondo del calcio riesce a evitare e prevenire. Io non ho avuto la buona sorte dalla mia e quindi mi è toccato sempre ripartire da zero. Anche in questo caso, ricomincio da capo».
 
E allora eccoci, nella Serie A 2015/2016, in cui troviamo anche mister Marco Giampaolo. Chi è? Un outsider, un eretico, un incompreso o cosa?
«Uno poco mediatico, uno da campo. E che in questo momento storico, avendo queste caratteristiche, fa un po’ più fatica. Sia chiaro: non credo sia né un pregio né un difetto, solo una caratteristica. Sicuramente dovrò fare qualcosa di più io per migliorare questo aspetto, vista l’importanza che hanno i mass media, ma ritengo in tutta onestà che il calcio, in linea generale, non debba soltanto assoggettarsi agli interessi di marketing e mediatici».
 
Massimiliano Allegri alla Juventus e Marco Giampaolo all’Empoli. Sono i primi due mattoni posati per la costruzione di una lobby di discepoli o allievi di mister Giovanni Galeone?
«Calma, Allegri è fuori concorso. Max ha avuto la capacità di scalare le migliori squadre d’Italia ed è al top. Il dna, la leggerezza, la spensieratezza e il fatalismo di Galeone li ha. Poi, chiaramente, vive il calcio contemporaneo come deve essere vissuto. Allegri, comunque, ha una marcia in più».
 
Cicerone attribuisce a Biante di Priene, uno dei Sette Savi, la locuzione “Omnia mea mecum porto” e cioè “Tutto ciò che (di buono) è mio lo porto con me”. Pare sia stata la risposta a chi gli chiedeva di correre verso la sua casa messa a ferro e fuoco dai nemici. Penso al tuo richiamo all’ergastolo, al tuo contratto annuale per scelta e mi viene in mente questa frase, molto simile a quella di Seneca, che dicendo “Omnia mea mecum sunt” ci ricorda che i veri beni sono dentro di noi e che nessuno può sottrarceli. Insomma: un inno al bagaglio leggero...
«Ho sempre raccolto i risultati migliori quando sono partito senza aspettative, con l’unico obiettivo dell’impegno quotidiano. Quindi questa definizione mi piace. Diciamo perciò che parto per questa nuova esperienza con la “valigia vuota”. Penso sia la cosa migliore e quella che più si addice al calcio d’oggi».
 
Luca Maggitti
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