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Massimiliano Coclite
DA ‘STRANGE PEOPLE’ A ‘TWO PIANOS’, PASSANDO PER ‘CAMILLE’...
Massimiliano Coclite.

La copertina di ‘Strange people’.

La copertina di ‘Camille’.

Intervista al compositore, cantante e pianista abruzzese, che parla dei suoi nuovi tre progetti musicali. Concerto ‘Strange people’ venerdì 9 novembre alle 21.45, al Cotton Jazz Club di Ascoli.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Martedì, 06 Novembre 2018 - Ore 22:00

«Se non mi avessero chiamato a fare il docente per gli studenti coreani, non avrei contattato Stefano Travaglini per prendere da lui lezioni di armonia e non mi sarebbe venuta voglia di fargli sentire certe mie vecchie incisioni di musica classica. Se non mi fosse venuta voglia, non avrei scoperto che quelle incisioni erano su supporto dat e che io non avevo più un lettore dat, smarrito fra le cose sacrificate sull’altare del terremoto. Se non avessi avuto bisogno di un lettore dat funzionante non avrei contattato Marcello Malatesta, che ce l’aveva, e una vocina non mi avrebbe suggerito di portargli una copia per il suo ascolto del mio disco pronto per la pubblicazione. Se non glielo avessi portato, non avrei conosciuto la Odradek e non avrei pubblicato con loro, superando la selezione anonima, “Strange people”».

Roseto degli Abruzzi, fine estate 2018, ristorante – di mare, sul mare – “Al Cuciniere”. Incipit di lungo pranzo.

Massimiliano Coclite ha appena finito di dire questa frase, guardando il pontile virato di giallo attraverso il calice che gli ho appena riempito di Pecorino, e io penso a Odradek: creatura immaginaria somigliante a un rocchetto di filo partorita dalla mente “hors catégorie” di Franz Kafka.

Odradek e il filo. Il filo che ha cucito gli eventi che negli ultimi 7 mesi hanno benevolmente stretto d’assedio la vita del “Cox” – come lo chiamano gli amici – riempiendola di novità e portandolo a sancire: «Ho combinato più negli ultimi 7 mesi che negli ultimi 7 anni».

Non che il Nostro sia svogliato, tutt’altro. Diciamo però che i marosi della vita – fra terremoto e conseguente casa persa, nevicate eccezionali e altre spiacevolezze – lo avevano isolato neanche fosse il guardiano del faro di Thridarangar.

Poi, per fortuna, la tempesta è passata e un nuovo sole ha consentito all’artista originario di Montorio al Vomano di riprendere i mano i fili (riecco Odradek!) della sua esistenza, soprattutto artistica, dando alla luce in poco tempo il suo disco “Strange people”, il disco realizzato insieme alla moglie Alessia Martegiani “Camille” e il progetto “Two Pianos”, insieme all’autore Stefano Travaglini.

E allora seguiamoli questi fili e incamminiamoci all’indietro, per farci raccontare dal Cox come si è arrivati a questo nuovo inizio, che manco “Zampa di Giaguaro” in “Apocalypto”.

Ecco la chiacchierata con Massimiliano Coclite.

Cox, perché intitolare il tuo nuovo disco “Strange people”?
«Perché nel periodo in cui stavo scrivendo questi brani, scoprii che – ahimé – anche gli italiani all’estero sono sospettosi, criticoni, invidiosi ed egoisti. E qualcuno mi stava pure, tirandomi per la collotta, rompendo le uova nel paniere. Ero a Berlino, nel 2009, e non avrei mai immaginato di scoprire quanto strane potessero essere le persone. E invece, conoscendone alcune... ne ebbi la certezza. Bravo poi è stato Franco Fusilli, a rappresentare in pieno quella mia inquietudine di allora nella splendida copertina del disco».

Un disco nato nel 2009, ma registrato soltanto nel 2016. Ne è passata di acqua sotto i ponti o, citandoti, di gente strana per le vie...
«Vero. L’ho registrato nell’estate del 2016, prima degli eventi tellurici che hanno sconvolto l’Abruzzo e la mia Montorio al Vomano, facendomi perdere la casa. Quindi, nonostante il lavoro fosse pronto, è rimasto nel cassetto perché la mia famiglia e io avevamo altre priorità. Quando finalmente abbiamo trovato una casa sicura e ci siamo ripresi le nostre vite, viaggiando in macchina con mia moglie Alessia mi è capitato per un caso fortuito di ritrovare una copia beta e riascoltarlo. E non mi piaceva, perché mi ero allontanato da lui. Alessia mi disse, senza tanti giri di parole, che ero un folle e che dovevo pubblicare quel disco. Così, piano piano, ricominciai ad ascoltarlo... tornando in armonia con lui e decidendo di farlo in maniera indipendente. Quindi chiamai Franco Fusilli per la grafica e mi misi al lavoro».

Dalla pubblicazione indipendente alla Odradek Records. Cos’è successo, nel frattempo?
«Ti racconto, ma ci vuole un po’ di pazienza. Lo scorso anno, sono stato ingaggiato insieme a mia moglie Alessia Martegiani (chiamata per il canto) per essere docente all’Istituto Spontini di Ascoli – dove adesso insegna l’amico Morgan Fascioli – di armonia, arrangiamento e musica d’insieme pop. Questo corso è frequentato due volte l’anno da sudcoreani che vengono in Italia a gennaio-febbraio e a luglio. Non avendo i titoli di studio specifici per l’insegnamento che mi era richiesto, ho sentito il bisogno di approfondire presso qualcuno per arrivare più pronto a svolgere il mio compito, così ho contattato il mio amico Stefano Travaglini, che conoscevo da tempo ma non avevo mai frequentato assiduamente, per andare da lui a lezioni di armonia e contrappunto e mettermi a studiare ventre a terra come uno studentello al quinto anno di Conservatorio. Inutile dirti che Stefano non mi ha fatto sconti, facendomi acquistare 500 euro di libri che ho letto e studiato. Grazie a queste lezioni, la nostra amicizia è cresciuta e così ho deciso di fargli sentire alcune cose di musica classica che avevo scritto in passato, quando ero più o meno un ragazzino, lasciate nel cassetto: una sonata per clarinetto e pianoforte, una per violoncello e pianoforte e una suite per trio pianoforte, violoncello e clarinetto. Chiesi a Stefano di ascoltare le mie cose scritte quando avevo 22 anni, considerandoli esercizi stilistici...».

Scusa, ma le tue tre composizioni giovanili di musica classica cosa c’entrano con il disco jazz “Strange people”?
«Non avere fretta, arrivo. Eravamo rimasti che dovevo portare a Stefano Travaglini le mie composizioni giovanili, ma le ho salvate su dat: supporto vetusto. Quindi mi si crea il problema del trasferimento dei file da dat a dvd. Bene, mi metto alla ricerca di un supporto che io non avevo più e contatto alcuni colleghi. Vincenzo Irelli: ce l’ha, ma è rotto. Flavio Pistilli: idem. Pallini: lo stesso. Alla fine, becco Marcello Malatesta, pianista degli Uscita Nord, che conosco da 30 anni e che tira fuori il coniglio dal cilindro: lui ha il dat, posso andare a casa sua per trasbordare le mie composizioni. Così, nel giorno stabilito, prendo i dat e vado da Marcello, non prima di aver dato ascolto a una vocina...».

Che, con il senno di poi, non può essere che la vocina di Odradek di Kafka. Ma voglio seguirti nel gioco. Cosa ti disse quella vocina?
«Mi disse, più o meno: “Prendi una copia di ‘Strange people’ e portala a Marcello affinché la senta”. E io obbedii!».

Dunque arrivi da Marcello Malatesta... e cosa succede?
«Iniziamo a trasferire i pezzi da dat a dvd e Marcello ascolta alcune cose. Poi ascolta pure il beta di ‘Strange people’ che gli ho portato e mi dice: “Cox, non ti conviene fare entrambe le cose. Deciditi: o fai un disco di classica o uno di jazz”. Io trasecolo e gli chiedo cosa stesse dicendo e lui mi risponde che pensava che io lo avessi coinvolto, in quanto è pure il fonico di Odradek Records, per un parere. Io mi schermisco per quanto attiene ai miei pezzi di classica e Marcello prontamente ribatte che i miei lavori erano tranquillamente pubblicabili, ma io gli spiego che quelli servivano solo per farli sentire a Stefano Travaglini e che ciò che volevo pubblicare – in modo indipendente – era solo ‘Strange people’. Al che Marcello mi invita a provare la piattaforma Odradek Records, invece di pubblicare il disco in modo indipendente. E io seguo il suo consiglio... e non finirò mai di ringraziarlo perché mi ha aperto le porte di una struttura, quella di Odradek, stupenda, professionale e fatta da musicisti che amano la musica per i musicisti».

Roba davvero da romanzo...
«Già. Vado sulla piattaforma di ascolto anonimo di Odradek, compilo il modulo, semplicissimo ed essenziale, e metto ‘Strange People’ nelle mani, anzi nelle orecchie di un comitato di valutazione composto da 31 persone. Risultato: 29 sì e 2 no. Se non un plebiscito, poco ci manca. Alla fine, la gioia di aver stampato il disco con una etichetta seria che cura l’immagine dell’artista e di aver conosciuto il fondatore di Odradek, John Anderson, che è pure un valentissimo pianista».

Quindi esce “Strange people”, con te al pianoforte, Marcello Di Leonardo – tuo fedelissimo, avendo suonato in tutti i tuoi dischi – alla batteria, Stefano “Cocco” Cantini al sassofono e, consentimi la notazione personale, il mitico Ares Tavolazzi al contrabbasso: un musicista noto a un pubblico vasto magari per la sua collaborazione con Francesco Guccini, ma che per me è anche il bassista che ha suonato in “Terra in bocca” dei Giganti, il primo “concept album” sulla mafia (parliamo del 1971), e quello degli Area dell’ineffabile Demetrio Stratos...
«Fai bene a citare Ares! Perché non è solo l’artista che tu hai riassunto, una persona bellissima e un musicista formidabile, ma anche l’autore di “Shooting Star”, il lato B del 45 giri “Ufo Robot”, disco d’oro del 1978 con oltre un milione di copie vendute, che colpì la mia immaginazione quando avevo 10 anni e comprai il disco, al mercatino di Natale del mercoledì a Montorio al Vomano. Capisci bene che ritrovarmi con lui, dopo 40 anni, a suonare insieme è stata un’emozione davvero indescrivibile!».

Da Odradek di Kafka al lato B di Ufo Robot: questa chiacchierata ci farà uscire dal sistema solare – a bordo di Goldrake! – prima che arrivi la genzianella di fine pasto...
«Era un pezzo meraviglioso. Immaginati il contesto: anno 1978, io che a 10 anni avevo iniziato ad ascoltare i Weather Report e quel diavolaccio di Jaco Pastorius e nel mentre esce questo disco, che è una sigla dei cartoni animati, con il lato B che contiene un fantasmagorico giro di basso suonato col basso fretless...».

Mi piace pensare che da quando hai domato le scosse di terremoto che ti hanno buttato fuori casa a Montorio, le scosse hai iniziato a darle tu...
«Credo sia un discorso che posso fare per me, ma pure ampliare alla mia famiglia. Da quando le scosse non le subiamo più e abbiamo una casa sicura, dentro la quale abbiamo ricominciato a dormire sereni, siamo noi a dare scosse vitali».

Concepito nel tuo periodo di vita a Berlino, nel 2009, “Strange People” è uscito 9 anni dopo. Se in quei giorni ormai lontani era il tuo diario musicale quotidiano, 9 anni dopo cosa rappresenta?
«La sublimazione di un periodo di solitudine costruttiva. Quando componevo e pensavo ai pezzi mi chiedevo: chi sono, dove voglio andare, cosa voglio comunicare. Non ho fatto un disco avendo delle aspettative o delle speranze. No, io non spero nulla. Ho fatto questo disco perché era tempo di chiudere una fase, un capitolo della mia vita».

Dopo l’anteprima a “The Spheres”, in questa settimana hai il concerto d’esordio...
«Sì, venerdì 9 novembre alle 21.45, al Cotton Jazz Club di Ascoli, proporrò i pezzi del disco suonando con Stefano Cocco Cantini, Ares Tavolazzi e Marcello Di Leonardo».

E dopo “Strange people”, a breve distanza, è uscito “Camille”, che hai realizzato con tua moglie, Alessia Martegiani. Questo progetto, che è un concept album, com’è nato, invece?
«Il disco “Camille” è nato da una conoscenza fra mia moglie Alessia e il compianto attore e regista Umberto Fabi, purtroppo scomparso nel 2017. Alessia lo aveva conosciuto sul palco dello spettacolo che l’amico fisarmonicista Renzo Ruggieri aveva dedicato a Rodolfo Valentino. Fabi le parlò della scultrice francese Camille Claudel e Alessia rimase affascinata da quella figura femminile, cominciando a comprare libri per studiarla, oltre al film in dvd voluto, prodotto e interpretato da Isabelle Adjani, con Gerard Depardieu nel ruolo di Auguste Rodin, che di Camille fu maestro e amante, mentre lei fu la sua musa».

Alessia si è lasciata trasportare dalla vita di questa donna, quindi...
«Sì e mi ha coinvolto. Così abbiamo cominciato a buttare giù idee dopo il terremoto di Amatrice. Ricordo che eravamo ancora nella casa di Montorio al Vomano».

Un disco fatto di canto, pianoforte e violoncello...
«Oltre ad Alessia che canta ci siamo io al pianoforte e Francesco Mariozzi al violoncello. Definisco questo disco come 8 piccole sculture musicali, tante quanti sono i brani. Rocco Patriarca, con la sua Audio Records, ha creduto nel progetto e così è uscito il disco, anche in vinile».

Anche questo progetto ha risentito degli eventi sismici che hanno coinvolto te e la tua famiglia?
«Purtroppo sì. Lo stavamo sviluppando, ma poi il secondo terremoto, quello del 30 ottobre 2016 che – potenziato dalle eccezionali nevicate – ci ha definitivamente buttato fuori dalla nostra casa di Montorio al Vomano, ci ha brutalmente stoppato. Avevamo altre priorità rispetto a scrivere testi e musicarli: ad esempio trovare un tetto sicuro sopra la testa. Siamo stati bravi, anche grazie all’impulso di Rocco, a tornarci sopra. Alessia ha completato i testi a Brema, in Germania, durante il “Jazzahead!” al quale abbiamo partecipato perché io portavo “Strange people”. In quei giorni, lei se n’è stata a scrivere seduta sulla riva del Weser e io credo che quel luogo incantevole l’abbia ispirata. Io ho poi completato le musiche, durante i miei trasferimenti per andare a insegnare al conservatorio Nino Rota di Monopoli».

E anche “Camille” ce l’hai raccontato. E siccome non c’è due senza tre, dopo “Strange people” e “Camille”, mi pare di scorgere all’orizzonte un altro disco...
«Sì. E qui torniamo da dove siamo partiti, al genio assoluto Stefano Travaglini, che mi ha dato l’onore di entrare nel suo progetto “Two Pianos”».

Che disco è “Two Pianos”?
«Intanto – e mi assumo la responsabilità di ciò che affermo – credo sia la cosa più bella che io abbia fatto finora, nel corso del mio percorso musicale. Poi ti posso dire che è un disco di musica classica che strizza l’occhio al jazz. Poi, se vuoi, posso approfondire, ma ci vuole un po’ di tempo...».

Capirai, dopo Odradek di Kafka, Goldrake e Camille Claudel, per dirla con un minore del Novecento della vallata del nostro amato Vomano: “Non siamo paura!”. Avanti, spiega...
«Il concept è tutto di Stefano Travaglini. Sono brani suonati da due pianisti contrapposti che si guardano. Ti dico qualcosa, sperando che funga da stimolo all’ascolto. Ad esempio c’è un brano di improvvisazione pura, il primo, basato sui sedicesimi, sulle semicrome. Lui parte con una idea e iniziamo a dialogare insieme. Il secondo si chiama invece “Garden of delight” ed è un brano che Stefano ha codificato con una scrittura molto indicativa. Quindi noi non abbiamo note, ma indicazioni che provengono da una composizione di Paul Hindemith, che è uno dei compositori preferiti da Stefano – e pure da John Anderson – che ha scritto un concerto per pianoforte e orchestra  basato sui temperamenti e quindi ci sono quattro movimenti basati su terra, aria, acqua e fuoco. Vado avanti?».

Con questo inizio, devi...
«C’è un brano ispirato a una giga del Cinquecento, di un madrigalista clavicembalista, che forse è la prima giga mai scritta in assoluto e che Stefano ha intitolato “Querendo dançar”, usando il portoghese perché sa che amo la musica brasiliana. Diciamo che è una cosa molto antica che però trasformiamo in qualcosa di diverso. C’è pure uno standard jazz, l’unico del progetto, che è il famosissimo “Body and Soul”, riarrangiato in maniera superba da Stefano, che è pure l’unico pezzo scritto, perché abbiamo degli obbligati di accompagnamento uniti a delle aperture improvvisative».

Comincio a capire perché hai definito questo progetto la cosa più bella che tu abbia mai fatto finora...
«E tieni conto che nel disco c’è molto altro, come i “pezzi cuscinetto” tra un brano e l’altro che hanno tutti caratteristiche diverse. Ad esempio: il primo lo suoniamo alternando gli arti: io faccio una nota con la mano destra e Stefano risponde con la sinistra e viceversa, fino a quando questa cosa non monta e ha una conclusione. Poi c’è un pezzo che Stefano ha concepito acquisendo materiale del 1904 di Igor Stravinskij per quartetto d’archi. C’è poi un pezzo in cui io prendo 6 delle 12 note della scala cromatica da una certa regione del pianoforte e lui prende le restanti 6 e suoniamo usando esclusivamente quelle regioni del pianoforte: paletti per stimolare la creatività. E poi ci sono i riferimenti alla struttura della tragedia greca, ma direi di fermarci qui. Spero che chi ascolterà il disco resti emozionato come l’amica Serena Zitti, che dopo il concerto “Two Pianos” del 20 settembre mi ha inviato una poesia (riportata in calce a questa intervista, n.d.r.)».

Con il progetto “Two Pianos” cali il tris di dischi nel giro di pochi mesi...
«Una grande soddisfazione. Anche questo disco uscirà per Odradek Records a giugno 2019 e abbiamo già fissato il concerto di anteprima, che si svolgerà il 6 aprile 2019 al Teatro Comunale di Teramo. Domenica 11 novembre Stefano Travaglini e io partiremo per Parigi, per fare il missaggio e la masterizzazione del disco, in uno studio della capitale francese».

Cox, il pranzo volge al termine e l’intervista pure. Fra i due dischi usciti e il terzo in dirittura d’arrivo, prima che la genzianella tutto saluti, ci trovi una morale?
«Nel momento in cui sembra che tutto crolli, puoi risalire. Finché sei vivo, puoi fare tutto. Anzi, direi che hai il dovere di fare tutto ciò che senti l’insopprimibile bisogno di comunicare. Anche perché comporre significa entrare in un’altra dimensione: quando lo fai non c’è più niente, ci sei solo tu con il tuo viaggio e tutto il resto che sparisce. La morale è questa: amare profondamente ciò che si fa, qualunque cosa sia, a prescindere da quel che accade e ci accade. Che spesso può fiaccarci... ma non deve vincerci».

POST SCRIPUTM
(Sentendo “Two Pianos”)

 
Sfere

Sono entrata nella stanza del silenzio:
alto/basso, chiaro/scuro.
Mendico sensi di respiro
e all’unisono, parallelo del suono,
sincronico senso di scambio.
Arpa, che suona il suo fiume nel letto,
come antico virginale,
tetro,
il tramonto di un passo volge
a sentieri d’Arabia.
Corpo si cela
in un diffuso schubertiano.
Anima si perde in un silenzio cageiano.
Rincorse alla Bartok, senza un pavimento. Affondo.
Inversioni.
Fughe bachiane, carambolando fin dentro il bosco.
Poi, rugiade gocciolanti
cadono dal ramo.
Il mio lago d’albe è calmo.

Torno dall’alto.
E sono il Cielo.
 
Serena Zitti- Serena Eufonia
20 settembre 2018

Luca Maggitti
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