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Il Critico Condotto
OTTO TITOLI PER L’UTILITÀ MARGINALE


Simone Gambacorta, partendo dalla collana ‘I David’, ragiona di pascoli tra kitsch e midcult e novità degne benché rare.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Venerdì, 01 Luglio 2022 - Ore 17:30

Sfoglio “Il continente infantile” di Gian Luigi Piccioli, anno 1976, ottavo titolo della collana “I David” diretta da Gian Carlo Ferretti per Editori Riuniti.

I precedenti sette autori (i primi) presenti nella collana sono indicati alla fine del volume. Sono Roversi, Sastre, Becker, Cialente, Bonaviri, Alberti e Petruccelli. Considero Piccioli uno scrittore di grande interesse, l'ho conosciuto, abbiamo fatto un libro insieme e posso dire senza agiografia che ha scritto romanzi di sicuro interesse come “Inorgaggio” e “Sveva” o come “Tempo grande”, della cui nuova edizione sono stato curatore.

Sarò passatista, ma insisto nel dire che la stragrande maggioranza della “produzione” odierna vale sì e no un decimo di quanto non valgano anche solo un paio di capitoli di molti (certo non tutti) libri pubblicati in un tempo appena trascorso eppure ancora pienamente dentro la nostra contemporaneità.

Dirò anche (con licenza di sommarietà) che in quelle opere si riscontra un impegno sulla parola che tutti i limiti può presentare fuorché il voler mettere a segno una ruffianata verso il lettore.

Perciò oggi più che mai secondo me la domanda fondamentale che dovrebbe porsi chi vuol pubblicare un romanzo è se quello che ha scritto abbia o meno un senso nella lingua di quest’epoca.

La domanda è alla portata di chiunque: rispetto al complesso del sapere letterario sedimentato anche a livello di immaginario, qual è l'utilità marginale (concetto economico, lo so) che un'opera introduce e che, sia pure secondo  variabilissime porzioni, può offrirle una ragione?

Qual è la quota di difformità, di interferenza, tale da valerle quale profilassi dalle sclerosi del pleonasmo e della gratuità quando non dalle pur scaltrite glasse di un emotivismo performativo e grossier?

È una cruna, questa, dove a dover passare non è solo la lingua in sé, ma il punto di caduta complessivo che attiene a quanto essa informa e incorpora e determina.

Basti pensare a Pontiggia e a quanto ha fatto tra il primo e il secondo tempo delle due edizioni del suo romanzo “La grande sera”. Oppure a Pedullà, quando ricorda che Pizzuto, scrivendo, voleva “aggiungere vita alla vita”, o anche Bianciardi, con “L’integrazione”, parte finale, dove si  stigmatizza la raccomandazione di un editore che caldeggia “uno stile che paia tradotto dall’americano”.

Si potrebbe obiettare che sono esempi massimi, ma l’osservazione sarebbe utile solo per eludere un punto che invece vale per tutti e che davvero appaia la vita e la scrittura: capire dove si vuol andare a parare, cosa si vuol fare, cioè comprendere l’attitudine che quel che si scrive (che si immagina) possiede a porsi come reagente rispetto a un dato “evo”, qualunque esso sia.

Mettiamola sul pratico. Patti, con “Il centotré”, mette in un autobus la felicità borghese dei “Quartieri alti” e la sottopone a una corrosione che non perderà di carica nemmeno fra cent’anni, comunque nel frattempo sarà diventato il mondo.

Allo stesso modo, il Celestino siloniano è una sonda critica che aiuta a scrutare il potere da dentro, in una possibile linea di prossimità, per esempio, con lo Sciascia del grottesco back stage degli “esercizi spirituali”, quel cono d'ombra che Volonté avrebbe poi riassunto nella maschera indimenticabile del film petriano tratto da “Todo modo”.

Il punto certo è che quel che non esprime una qualche utilità marginale fa solo, letteralmente e non letterariamente, volume: e nel volgere al plurale il complesso di una simile cubatura (che, per carità, non ha nulla di illecito), non può che constatarsi, in definitiva, come non altrove e non altrimenti troppe volte si basculi (pascoli) se non tra kitsch e midcult.

Ora però io vorrei che dai dintorni di questo mio discorsetto, il quale discorsetto senz’altro si costituisce al cospetto di chiunque ammettendosi come pedante e predicatorio, si allontanassero eventuali sospetti di qualunquismo, né si considerasse come un ripiego anti “fare di tutta l’erba un fascio” il codicillo seguente e vieppiù non secondario.

Codicillo: le novità degne, benché rare (sopraffatte dalla calca crassa del grande assedio), sono, in fondo, parecchie: una specie di Linea Maginot che resiste all'allineamento orizzontale del gusto medio. Come ricordano gli angeli caduti di Wells ovvero i marziani capitolini di Flaiano, la forza di gravità che butta a terra è la grevità del mondo uguale.

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Simone Gambacorta
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