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Lunedì, 30 Marzo 2026 - Ore 2:35 Fondatore e Direttore: Luca Maggitti.

Rosetani buoni per il mondo
ZONA MOSTO: IL BIRRIFICIO ARTIGIANALE, A MILANO, DI ARIS ED ERIDES DI MARCO.
Aris (31 anni) ed Erides (27) Di Marco, titolari del birrificio artigianale ‘Zona Mosto’.

Quattro lattine di birra prodotta da ‘Zona Mosto’ al Ciambi @ Cabana Park di Roseto degli Abruzzi.
[Luca Maggitti]


Quattro lattine di birra prodotta da ‘Zona Mosto’ al Ciambi @ Cabana Park di Roseto degli Abruzzi.
[Luca Maggitti]


Intervista ai due giovani imprenditori che, dal Lido delle Rose, hanno scelto di produrre birra artigianale all’ombra della Madonnina.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Domenica, 24 Luglio 2022 - Ore 17:45

William, devo darti una copia di “Cent’anni di Rosetitudine”.
«Va bene, Luca. Passo in via Seneca 5, così ne approfitto per darti anch’io una cosa».

Roseto degli Abruzzi, inizio dell’estate 2022.
William è il professor William Di Marco – giornalista, storico, ma soprattutto amico e mio editore per oltre 10 anni nella bella avventura di Eidos – e la cosa che doveva darmi, che Dio lo benedica, erano 4 strepitose lattine belle come le Campbell’s Soup di Andy Warhol.

In un primo momento penso a qualcosa da collezionare, poi William mi dice che sono birre. Le birre che produce “Zona Mosto”, impresa di stanza a Milano fondata dai suoi due figli: Aris, 31 anni, il mastro birraio ed Erides, 27 anni, la responsabile di amministrazione e comunicazione.

Superata la “sorpresa al cubo” dell’informazione ricevuta (1.William ha due figli; 2.I due figli vivono a Milano; 3.I due figli hanno avviato un birrificio artigianale), mi fiondo di fronte casa mia, sul mare, per assaggiare il contenuto di almeno una delle stilose lattine.

Al Ciambi @ Cabana Park ci sono Walter – sommelier – e soprattutto Rachele, che mi stupisce per la sua preparazione sulle birre. Io, che uso bere vino, lascio perciò fare a lei. Che prima legge le lattine e poi ne apre una, abbinandola alla sensuale amatriciana di chef Cristian Misantone. Connubio perfetto.

Ovviamente, Rachele assaggia e approva con me la bontà della prima lattina, poi coinvolgo pure lo chef, il quale prima apprezza la sorsata e poi esulta scoprendo che è fatta dai suoi amici Aris ed Erides (ma tu guarda ‘sti giovinastri che, intorno ai trent’anni, hanno già girato mezzo mondo!). Walter mette la ceralacca finale. Birra – che intanto è finita – sopraffina. E chef Cristian che chiede di portarsi via le bellissime confezioni, ripromettendosi di telefonare ai suoi amici “rosetani a Milano” per complimentarsi personalmente.

A questo punto non mi resta che chiedere a William Di Marco il telefono dei suoi figlioli, perché voglio saperne di più di questi due giovani “rosetani buoni per il mondo”.

Ecco dunque l’intervista ad Erides e Aris.

Parafrasando John Lennon, per voi la vita è quello che ti accade mentre sei occupato a bere una buona birra?
Erides: «Si, ammetto che questa frase riassume, in modo pittoresco, ciò che viviamo nel quotidiano. La nostra vita è spesso scandita da eventi, festival e serate, dove, ovviamente, il minimo comune denominatore è proprio la birra. È un mondo molto aperto, inclusivo e dinamico. Tra i birrifici non c’è quella competizione che a volte percepisci in altri mercati, anzi ci si scambia informazioni e aiuti nel momento del bisogno».

Come nasce la passione per la birra?
Aris: «La mia passione per la birra nasce in Inghilterra, dove ho vissuto per diversi anni. Stare a contatto con la “pub culture” mi ha aiutato ad apprezzare sempre di più le molteplici sfaccettature e il potenziale di questa bevanda. La cultura inglese fa del pub uno dei suoi fulcri sociali principali. Andare nel tuo pub di zona a bere un paio di birre al bancone da solo, oppure con gli amici, è un rituale che è un cardine per la cultura inglese. Diciamo che è l’equivalente dell’aperitivo in Italia. Nei pub ho imparato che c’erano infiniti tipi di birra che ancora non conoscevo e che c’era davvero un mondo dietro questo fermentato di malto che avevo una gran voglia di esplorare».

Che effetto fa produrre una bevanda conosciuta da millenni e lodata da tantissimi uomini di cultura e fervido intelletto?
Aris: «Nutro una grande passione verso il lavoro che faccio e un grande rispetto verso il mondo e la storia della birra. Fare birra è bellissimo e mi riempie di soddisfazione. É una di quelle passioni che non scemano, anzi; brassare la millesima birra mi appaga quanto la prima che ho fatto, se non di più. Mi piace tutto ciò che ruota intorno a questa bevanda dal chicco d’orzo, all’impianto di spillatura e trovarmi in un punto cardine quale quello della produzione è per me una sfida estremamente stimolante. Il lavoro del birraio è comunque un mestiere molto duro a livello fisico e mentale, oltre ai pesi da sollevare e i turni dalla lunghezza spesso improponibile, c’è anche una buona dose di stress con cui fare i conti. La soddisfazione che si prova quando viene versato un prodotto di qualità uscito dalla tua azienda, in ogni caso, ripaga di tutto».

Perché la scelta, da abruzzesi di Roseto, di dare vita alla vostra impresa a Milano?
Erides: «Milano è stata la mia seconda casa ufficiale, a soli 19 anni mi sono trasferita nel capoluogo lombardo per intraprendere gli studi universitari. Fin da subito mi sono resa conto delle possibilità che può offrire questa città, paragonabili perfino alle grandi metropoli in giro per il mondo. Milano è una finestra sul futuro, questo non perché vi siano dei veggenti lungo le strade, ma perché il mercato è così in continuo divenire che i cosiddetti “trend” li percepisci anche solo facendo una passeggiata. Dunque, nel momento in cui bisognava decidere dove ubicare il nostro birrificio ho pensato che potesse essere il momento perfetto per far parte di quella nuova imprenditorialità che caratterizza la città».

Cosa dà e cosa toglie la capitale economica italiana al vostro business, rispetto alla provincia?
Erides e Aris: «Fare birra in una piazza così importante e brulicante come Milano dà innanzitutto una carica pazzesca. Dà sicuramente più visibilità anche a livello nazionale e ti permette di stare a contatto con realtà molto più radicate e migliori della nostra, che da sempre ci ispirano. Ovviamente a Milano c’è tanta competizione ed è un mercato che tutte le aziende vorrebbero penetrare e presidiare. La provincia italiana, d’altro canto, è sempre stata un terreno estremamente fertile per birrifici italiani di altissima qualità. In particolar modo il nostro Abruzzo ha saputo farsi ampiamente valere a livello nazionale, con realtà che nulla hanno da invidiare a birrifici blasonati “del nord”. Di questo se ne sono accorti un po’ tutti, non a caso l’ultimo “birraio dell’anno” è Luigi Recchiuti di Opperbacco, una realtà che ha riscosso enorme successo a livello nazionale, partendo da Notaresco, in provincia di Teramo».

Quanto aiuta – se aiuta – fare impresa fra fratello e sorella?
Erides: «Fare impresa è di per sé un’impresa e avere i giusti alleati è la chiave di volta. Nel nostro caso sappiamo benissimo quali sono i punti deboli e quelli di forza dell’uno e dell’altra, questo ci ha aiutato fin da subito nel capire come poter definire i ruoli. Io e mio fratello spesso abbiamo opinioni diverse, frutto anche delle differenti aree d’interesse che ricopriamo all’interno della nostra società, ma la cosa che ci accomuna, e che ritengo essere il nostro punto di forza,  è la condivisione degli stessi valori.

C’è una cosa, di Roseto o dell’Abruzzo, che vorreste “mettere” nelle vostre birre?

Erides: «Certo, per noi le nostre origini sono importantissime, infatti stiamo lavorando ad un progetto per portare un po’ di “Abruzzesità” nelle birre che produciamo. Entrambi siamo legati alla nostra terra e siamo molto orgogliosi di come il mercato abruzzese abbia recepito i nostri prodotti».

Quanti tipi di birra producete e quante ne vorreste produrre?
Aris: «Al momento produciamo 5 tipologie di birre: una keller, un’American IPA, una pale ale, una hoppy lager e una best bitter disponibili tutto l’anno. Fosse per me vi ritrovereste sempre qualcosa di nuovo nel bicchiere, ma capisco che il mercato ha altre regole. Cerchiamo comunque di inserire sempre nuovi prodotti all’interno del nostro portfolio, facendoli uscire come “one shot”, ossia cotte speciali che hanno una disponibilità limitata. Per il momento ci piace sperimentare in questo modo, ma con il tempo amplieremo sicuramente l’offerta inserendo più brands disponibili tutto l’anno».

Quali sono gli obiettivi a breve, medio e lungo termine che avete con Zona Mosto?
Erides: «Zona Mosto nasce sì come piccola impresa a carattere familiare, ma speriamo di allargare presto il nostro team. Gli obiettivi che ci siamo prefissati sono molteplici e di diversa natura, come prima cosa ci piacerebbe efficientare determinati aspetti produttivi, aumentare i volumi e migliorare sempre di più le nostre performance. Inoltre, l’obiettivo più grande che abbiamo al momento è poter aprire una “tap room” tutta nostra, dove poter servire direttamente i nostri clienti. Com’è che si dice?  Direttamente dal produttore al consumatore».

Secondo William Shakespeare “Una pinta di birra è un pasto da re”. Voi come definite la birra?
Erides e Aris: «Non possiamo che condividere il pensiero di Shakespeare. Chi davanti ad una pinta di birra non si sentirebbe, quanto meno, una persona felice? È proprio questo che ci spinge a guardare a questo prodotto nella sua veste di aggregatore sociale: la birra riesce ad unisce gruppi eterogenei di persone, permettendo a chiunque di ritrovarsi a vivere quella stessa esperienza senza barriere (percepite spesso per altre tipologie di alcolici), che sia spalla a spalla seduti in prossimità di un bancone, o stazionando in piedi al di fuori di un locale. Non a caso il nome del birrificio richiama un luogo di condivisione, Zona, affiancandolo alla parola Mosto, richiamando così il prodotto in sé».

Luca Maggitti
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