Edoardo Vianello in concerto a Roseto degli Abruzzi il 12 agosto 2022. [Andrea Cusano per Cusano Photo]
Edoardo Vianello con la vocalist Isabella Alfano. [Andrea Cusano per Cusano Photo]
Edoardo Vianello con il chitarrista Alessandro D’Orazi. [Andrea Cusano per Cusano Photo]
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Intervista al cantante, che ripercorre una carriera infinita fatta di grandissimi successi e sorprendenti collaborazioni.
Roseto degli Abruzzi (TE)
Martedì, 16 Agosto 2022 - Ore 22:15
Edoardo Vianello, classe 1938, è uno dei giganti della canzone italiana. La sua lunghissima carriera lo ha visto collaborare con i più grandi e lanciare una serie infinita di canzoni che tutti sanno a memoria.
Lo scorso 12 agosto, sapendo del suo concerto a Roseto degli Abruzzi, ho chiesto di poterlo intervistare. L’assessore comunale al Turismo, Lorena Mastrilli, mi ha così messo in contatto con Maurizio Cori (che organizzava la serata insieme a Fabrizio Ferrini) il quale, gentilissimo, ha trovato un momento per farmi dialogare con il Maestro, prima del suo concerto accompagnato dal chitarrista Alessandro D’Orazi e dalla vocalist Isabella Alfano.
Leggetevi la conversazione, per apprezzare la classe e l'ironia di Edoardo Vianello, che ringrazio della disponibilità e della gentilezza dimostrata, prima di salire sul palco e far divertire i tanti che lo hanno acclamato.
Edoardo Vianello, 84 anni dei quali 66 di carriera. Qual è il segreto per diventare un classico, senza invecchiare?
«Aver fatto con serietà il mio lavoro, perché alla fine la professionalità è vincente».
Lei ha dato tutto alla musica e dalla musica tutto ha avuto. Continuare a cantare è un modo per esorcizzare la noia?
«No, io non mi annoio mai perché ho tanti interessi. Semplicemente, mi piace fare musica, non mi piace invece ascoltarla».
Ci dice qualcuno dei suoi interessi?
«Intanto mi piace cucinare, per cui dedico molto tempo alla cucina. Poi ho una passione per Roma, per la mia città, in particolar modo per le fontane, per cui ho dedicato quasi tutta la mia vita alla ricerca e alla fotografia delle fontane. Ne ho catalogate più di 5.000 e ne ho fotografate 3.600. Non lo faccio per scrivere un volume, che pure sarebbe troppo grande da fare, né per gli altri, mi piace farlo per me. Mi piace entrare nei portoni, nelle ville, nelle case private per vedere le fontane e questo mi ha occupato molto tempo».
26 album pubblicati, tantissimi singoli diventati colonna sonora della nostra Italia con il sorriso sulla bocca, oltre 60 milioni di dischi venduti. Che effetto le fa pensare a questi numeri, collegati alla sua persona?
«Mbè, è il minimo che doveva succedere!».
Lei è figlio del poeta Alberto Vianello, incluso nell’antologia dei nuovi poeti futuristi dal fondatore del movimento, Filippo Tommaso Marinetti. Avere un padre di così alta sensibilità, per di più interprete di un movimento che è stata la prima avanguardia storica del Novecento, l’ha avvantaggiata o ostacolata?
«Mio padre mi ha sempre ostacolato, circa la mia scelta artistica. E poi lui non si è mai vantato della sua attività di poeta, perché il Futurismo è stato sempre tenuto un po’ nascosto dall’attuale sistema politico e quindi non ne ha parlato. Involontariamente, ho assimilato qualcosa della sua creatività che si è riversata nelle canzoni».
Nel 1961, 61 anni fa, lei porta a “Studio Uno” – da Mina, Don Lurio e le Gemelle Kessler – “Il capello”: il suo primo grande successo. Avrebbe mai immaginato che, 61 anni dopo, sarebbe tornato in classifica con la stessa canzone in questa estate 2022, reinterpretata da Miss Keta? A proposito, è vero che lei non conosce la rapper italiana che canta con la maschera sul viso da prima che ci fosse il Covid-19?
«No, non la conosco. La conoscerò il 31 agosto perché c’è una manifestazione a Verona, dove ci sono i successi dell’estate. Io avevo ascoltato questa sua versione perché mi era stata chiesta l’autorizzazione e l’ho trovata interessante, però non credevo che arrivasse ad avere il successo che ha avuto».
L’arrangiamento della canzone “Il capello” del 1961 è del maestro Luis Bacalov, che nel 1996 ha vinto il Premio Oscar per la colonna sonora de “Il postino”, interpretato da Massimo Troisi e Philippe Noiret. Che ricordo ha di questo grande musicista?
«Con Bacalov non ho avuto una grande complicità, perché me lo avevano assegnato come arrangiatore, però non rispondeva al mio gusto. Infatti poi chiesi di cambiare con Ennio Morricone».
Andiamo da un Premio Oscar all’altro, anzi a un doppio Oscar, visto che Ennio Morricone lo ha ricevuto nel 2007 alla carriera e nel 2016 per la colonna sonora di “The hateful eight” di Quentin Tarantino. Com’era lavorare con un genio mondialmente riconosciuto come lui?
«Ennio Morricone ha decisamente valorizzato le mie canzoni, perché a sua volta ha trovato materia per divertirsi».
Lei è universalmente noto come un cantante dell’estate: scanzonato e leggero. Ma le sue canzoni durano da una vita e godono di orchestrazioni da Oscar. A lei dà noia essere etichettato leggero o, al contrario, le fa piacere?
«Io sono contento e orgoglioso di questo, anche perché sono nato artisticamente in un periodo in cui nascevano i cantautori seri e il fatto di essere diverso da loro mi stimolava molto».
Cantate da lei - “Pinne, fucile ed occhiali”, “Guarda come dondolo”, “Sul cucuzzolo della montagna”, “Abbronzatissima, “I Watussi”, “Il peperone” – o scritte per altri – cito “La partita di pallone” per Rita Pavone – lei ha scattato istantanee di gente comune che viveva, elevandole ad atto artistico. C’è una canzone che ama più delle altre o che fra tutte le è più cara? E se c’è, ce ne dice il motivo?
«“Il capello”. Credo che sia la più completa, la più originale e la più curiosa, considerato che l’ho scritta nel 1959 e cioè in un momento in cui una canzone così non era prevedibile».
Oltre a Bacalov e Morricone, lei ha lavorato anche con Mogol e Franco Califano...
«Però io ricorderei più Carlo Rossi, che è stato l’autore di tutti i testi delle mie canzoni di grande successo. Perché Carlo Rossi, persona modestissima, era invece un genio: molto bravo a fissare delle frasi».
A proposito di scrivere una canzone. Esiste una liturgia, occorre una complicità?
«Beh, certo, se non vai d’accordo con la persona con la quale lavori, difficile che ti sbilanci. Anche perché se hai soggezione di un’altra persona, non azzardi. Creare significa buttarsi allo sbaraglio, anche facendo delle cazzate. Quindi se sei con un amico ti puoi permettere, mentre se sei con una persona che ti mette soggezione è più difficile».
Nello splendido album del 1996 “Eat the Phikis” di Elio e le Storie Tese – le segnalo che il padre di Elio, al secolo Stefano Belisari, è originario di Montepagano, la frazione dalla quale Roseto degli Abruzzi è nata il 22 maggio 1860 – lei interpreta, insieme a Giorgia, “Li immortacci” che contiene una ripresa musicale del suo pezzo “I Watussi” ed è una elencazione super-ironica dei “cantanti feretri”. Che esperienza è stata lavorare con un gruppo poliedrico e sorprendente come Elio e le Storie Tese?
«È stato molto divertente e molto curioso, perché quando io ho registrato la mia voce c’era solo il basso e quindi non sapevo come sarebbe uscita la canzone. Elio mi ha spiegato cosa intendeva fare e io evidentemente devo averlo accontentato perché anche loro si sono divertiti molto».
“Siamo i Watussi, gli altissimi negri”. Da qualche anno, quando pronuncio la parola “negri” mi sento quasi in colpa, per via del debordante “politicamente corretto”. Qualche anno fa, intervistando Fausto Leali, addirittura mi autocensurai, rivolgendogli una domanda sul suo essere considerato il “negro bianco” della canzone italiana. Dissi “nero bianco”. Lei cosa pensa del “politicamente corretto”, portato agli estremi come nell’analisi del testo di una canzone?
«Diciamo che io, parlando dei watussi, mi sono anche pentito. Infatti, volevo cambiare altissimi, perché è discriminante per quelli bassi...».
Lei piace a tantissimi, quasi a tutti (neanche Dio piace a tutti), da oltre mezzo secolo. Ma a lei chi piace? Ci dice qualche artista che le piace e che musica ama ascoltare?
«Io sono rimasto a Domenico Modugno, che è stato il mio punto di riferimento quando ho cominciato a cantare e poi ho perso il contatto con gli altri, perché come dicevo prima a me la musica non piace ascoltarla e quindi non sono aggiornato».
Ennio Flaiano – nato a Pescara e con nonna Materna, Rosa Di Bonaventura, di Montepagano – ha scritto: “Non c’è che una stagione: l’estate. Tanto bella che le altre le girano attorno. L'autunno la ricorda, l'inverno la invoca, la primavera la invidia e tenta puerilmente di guastarla”. A lei – che è l’uomo dell’estate – quale stagione piace?
«A me piace più la primavera, perché mi piace aspettare che arrivi il momento bello. L’estate è scontata, invece la primavera è piena di aspettative. Odio l’autunno perché è una stagione troppo incerta, mentre a me piacciono le cose determinate, definitive».
Luca Maggitti
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