“Dacci luce, o Signore. Dacci luce della tua lampada ardente e luminosa, vincitrice della morte. E salva, o Cristo, costei che è la più sventurata, la più triste, la più umile, la più sola, la più sperduta delle tue creature!”.
È la perorazione dell’avvocato Serafino Brigiotti, difensore di una donna accusata di omicidio.
Siamo a Teramo, agli inizi degli anni Cinquanta del secolo scorso. Elisa, ragazza madre ventottenne, vuole rifarsi la vita e lavora come domestica. Conosce Giorgio Gino, in cerca di conforto dopo la morte, quasi contemporanea, del figlio adottivo e della moglie, che Elisa ha assistito durante la malattia.
Ma lui non si rivolge solo a Elisa. Si fidanza con Cesarina, quarantacinquenne figlia di una famiglia benestante, impiegata in un ufficio pubblico.
Il dramma della gelosia, trionfante in quegli anni sugli schermi e sui fotoromanzi, esplode nel pomeriggio del 13 agosto 1952.
Elisa attira Cesarina nella casa dove è in servizio e la colpisce con trentotto coltellate, di cui una sola è mortale. Per far sparire il corpo, forse ancora in vita, lo seziona, prima le gambe, poi un braccio e lo nasconde dietro un armadio nella sua camera. Lascia ovunque tracce di sangue.
Nonostante un tentativo di depistare le indagini e di crearsi un alibi, è subito scoperta. Confessa e la portano in carcere nella stessa notte. Il delitto della “Squartatrice” accende la fantasia popolare e si imprime nell’immaginario collettivo.
Molti ricordano un’altra celebre assassina, Rina Fort - immortalata da Dino Buzzati sul “Corriere della sera” - che ha ucciso la moglie dell’amante con i suoi tre figli ed è stata condannata all’ergastolo nel 1950 (fu graziata nel 1975 dal Presidente della Repubblica Giovanni Leone).
Il processo a Elisa inizia il 12 maggio 1953 nella Corte d’Assise di Teramo. Una folla straripante si accalca al passaggio della donna e le rivolge pesanti insulti. Aperto il portone, la gente si precipita lungo le scale e dilaga nell’aula, stipandosi nella parte riservata al pubblico e alla stampa.
Fra i giornalisti, il giovane Luigi Braccili esordisce come inviato de ”Il Mattino d’Abruzzo”.
Il corrispondente de “Il Giornale d’Italia” chiede di individuare “tutti i responsabili della vicenda, anche quelli morali, anche quelli che con il loro agire hanno contribuito a creare una atmosfera favorevole al delitto” ed evidenzia contraddizioni e punti oscuri nell’istruttoria, che i magistrati non avrebbero preso in considerazione. Oggi, forse, si sarebbe invocato il “ragionevole dubbio”.
Il dito è puntato su Giorgio Gino, ritenuto, con il suo ambiguo comportamento, all’origine del misfatto. Nel corso del dibattimento, le parole dell’avvocato Brigiotti, letterato e finissimo oratore, difensore di Elisa, finiscono nel vuoto: “Eccellenze della Corte, durante dieci mesi una febbre orgiastica del linciaggio e di novellistica fantasiosa si accese e delirò intorno a questo dramma provinciale, tanto da suscitare, con le invettive più sconcertanti, il più macabro e truculento romanzo a fumetti del giorno. Eppure io non sono né vinto né affranto, nonostante che in questo dibattito si sia proceduto senza respiro, senza riposo e senza concessione di pause, come sotto la spinta di una fretta di affossamento, per l’avidità di una vendetta, per il trionfo di un assetato rancore, per la gioia dell’odio e per la gloria del taglione”.
Elisa è condannata all’ergastolo. La pena è ridotta a ventotto anni in Appello e in Cassazione. Le saranno condonati cinque anni e sei mesi per vari indulti.
Nelle lettere dal carcere si preoccupa dell’istruzione del figlio, vuole che continui a studiare. Gli manda i quaderni, la penna stilografica e la matita. Si lamenta del suo “fatal destino”, che l’ha spinta a uccidere. Come in una tragedia greca.
Riacquistata la libertà, muore a Teramo nel 1986.
Giorgio Gino non è scalfito più di tanto dal processo. Se ne va a Genova e sposa un’altra amica di vecchia data, pure lei teramana.
Giulio, il fratello di Cesarina, si trasferisce a Roseto. Esercita la professione di veterinario ed è ufficiale sanitario. Insieme ai familiari continua a non darsi pace per l’assassinio della sorella. Abita in una villetta al centro del paese, in un pittoresco disordine, fra gli animali domestici. Si dedica a studi esoterici e diffonde, in fascicoli ciclostilati, le sue ricerche sulle profezie, in particolare su quelle di Nostradamus.