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Cultura
ALDO MORO E I ‘GIURAMENTI DI ATRI’ DI REMO GASPARI
Aldo Moro, a braccia conserte al centro della foto e alla destra dell’oratore sullo scranno, ad Atri il 24 luglio 1977. Nella foto si riconoscono Lino Nisii, quarto da sinistra, e Remo gaspari, terzo da destra. [lavocedelcerrano.com]

Mario Giunco racconta l’ultimo discorso pubblico fuori Roma, pronunciato da Aldo Moro – uno dei Padri Costituenti della Repubblica Italiana – prima del suo sequestro e del suo assassinio. Pubblicato su Koinè.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Venerdì, 17 Aprile 2026 - Ore 09:30

“Sono un ammiratore dell’Abruzzo. Credo che qui siano alcune delle più vivide intelligenze del nostro Paese e che soprattutto vi sia tanta umanità, che fa da difesa di fronte ad alcuni bruschi e allarmanti movimenti della nostra società. Avevo visitato già altre province dell’Abruzzo, ma non ero mai venuto nella provincia di Teramo. Desideravo però farlo ed è anche per questa ragione che ho accolto l’invito, amichevolmente patrocinato”. 

È l’esordio dell’ultimo discorso pubblico fuori Roma, pronunciato da Aldo Moro in Atri, in piazza del Duomo, il 24 luglio 1977. 

Forse presagendo gli eventi. 

Erano gli anni dei comizi che facevano spettacolo, della politica a portata di tutti, delle Feste dell’Amicizia, che sconfinavano nelle sagre paesane. Complici le orchestrine, gli stand gastronomici e i dibattiti all’aperto, si stemperavano rivalità correntizie e si imbastivano nuove alleanze.  

I “giuramenti di Atri” hanno un piccolo posto nel mistero maggiore del “caso Moro”.  

Nel 1976, dopo la caduta del quinto governo da lui presieduto, lo statista passa alla presidenza del partito. L’abruzzese Remo Gaspari  è eletto vice segretario. Nello stesso anno si svolgono le  elezioni politiche anticipate. La DC tocca il 38%, il PCI il 34%. 

Nasce il terzo governo Andreotti (30.7.1976-13.3.1978), detto della “non sfiducia”, perché si regge sull’astensione del Pci di Enrico Berlinguer. 

Grazie all’abile tessitura di Moro, vero ispiratore della politica di quegli anni. 

Le sue parole nel comizio di Atri: “Abbiamo avuto sempre, come democratici cristiani, il merito di avere combattuto a viso aperto il Partito Comunista, ma, come era nostro dovere, con strumenti di libertà, cioè consentendogli di fare nella libertà la sua opposizione. Gli accordi, che hanno portato all’astensione, sono, io credo, utili. Non è naturalmente che essi rispecchino al cento per cento le vedute della Democrazia Cristiana. Se noi avessimo avuto più potere, e credo sarebbe stato utile averlo, avremmo certo detto talvolta altre cose”. 

Il giorno prima del rapimento (16 marzo 1978) e del giuramento del nuovo governo (Andreotti 4) Moro fa recapitare, da Luciano Barca, un messaggio a Berlinguer, in cui si rende garante personalmente del  “rinnovamento”, che sarebbe andato avanti, nonostante la lista dei ministri,  non di pieno gradimento del Pci, ma che teneva conto di tutte le correnti della Dc. 

La presenza di Moro in Abruzzo, “feudo” di  Gaspari  e in Atri, che  tanto “feudo” gaspariano non era, serviva  a prefigurare e anticipare nuovi scenari della politica italiana.  

Non erano sufficienti  le strette di mano per cementare gli accordi. Occorrevano veri e propri giuramenti. Di essi Moro si ricorda nei cinquantacinque giorni di prigionia, quando scrive e firma il verbale/zibaldone, che va sotto il nome di “Memoriale” e completa, con il suo polemico contenuto,  quello delle ottantasei lettere fatte recapitare all’esterno. 

Trovato a due riprese (nel 1978 e nel 1990) nel covo delle Brigate Rosse di via Monte Nevoso a Milano, il testo è formato da trascrizioni dattiloscritte del brigatista Prospero Gallinari che, non molto versato nel mestiere, commette diversi errori (confonde Adria con Atri) e da fotocopie di  autografi di Moro. Gli originali sono stati distrutti dalle Br.  

Nel “Memoriale” Moro si scaglia contro la Dc. 

Non risparmia nessuno:  Andreotti (“padrone della vita e della morte di democristiani e no”), il segretario Zaccagnini (“dolente senza dolore, preoccupato senza preoccupazione, appassionato senza passione”), Piccoli (“insondabile il suo amore, che si risolve sempre in odio”), Galloni (“volto gesuitico che sa tutto, ma, sapendo tutto, nulla sa della vita e dell’amore”). 

E infine Gaspari.

Al quale non sono rivolte accuse generiche o letterarie, ma è riservato un trattamento particolare: “Che dire di lei, On. Gaspari, dei suoi giuramenti di Atri, della sua riconoscenza per me che, quale uomo probo, volli a capo dell’organizzazione del Partito. Eravate tutti lì, ex amici democristiani, al momento della trattativa per il governo, quando la mia parola era decisiva. Ho un immenso piacere di avervi perduti e mi auguro che tutti vi perdano con la stessa gioia con la quale io vi ho perduti”. 

Si sarebbe mai potuto salvare Aldo Moro?

Mario Giunco
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