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Domenica, 17 Maggio 2026 - Ore 18:46 Fondatore e Direttore: Luca Maggitti.

Roma Amor [Riflessioni dalla Capitale, di Mario Martorelli.]
N’ATTUFATA ALL’AMMAZZATORA DE TESTACCIO / TAZIO ER ROSCIO
Tazio er Roscio, nella immaginazione di Andrea Armeni con ChatGPT.

Mario Martorelli, che d’inverno vive nella Capitale e d’estate nel Lido delle Rose, ci racconta di come può evolvere il progetto di una mangiata (progettata a sbafo) nella Capitale. Ottava puntata.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Domenica, 17 Maggio 2026 - Ore 14:45

Ascanio ha lavorato come cameriere per oltre dieci anni al bar Gambrinus di Napoli. È stato il preferito di don Vincenzo, uno che si diceva fosse smorfiaro. Eh sì, perché sapeva interpretare i sogni e trasformarli in numeri.

Tutti ricorrevano a lui, ma poi si scoprì che era l’occulto titolare dei botteghini del lotto di Napoli e provincia. A dirla tutta, era un capo della camorra, ma un gentiluomo: non alzava mai la voce.

Ascanio, come un’ape, aveva aspirato il nettare della conoscenza della smorfia da don Vincenzo.

Ed ecco che “esplode”: «Attufata: 74; cameriere urlante: 65; soldi da pagare: 46; carabinieri: 8».

Ascanio: “Giocamoli al lotto, al privé der Frate. Me lo sento: nun potemo perde!”.

È già ora tarda. I tre mostrano il pacco dei soldi e sono ammessi al “privé”.

Sebbene Ascanio, Tiberio e Sulpicio fossero “uomini di mondo”, non avevano mai immaginato né saputo che le estrazioni del lotto al privé “der Frate” erano truccate.

In verità, il “falso Bendato” estraeva solo i numeri che vedeva da un buco nella benda. I numeri, poi, erano stati lisciati e resi riconoscibili al tatto. La “pesca”, quindi, era sicura “per la casa”, ma non per i giocatori.

Come era prevedibile, la perdita dell’intero capitale si concretizza nell’arco di poche ore. Ascanio, Tiberio e Sulpicio, ridendo, commentano: “Mo’ sì che semo in mutanne!”.

Quante volte hanno perso tutto? Hanno smesso di contarle. Quelle che per altri sarebbero disgrazie, per loro sono solo incitazioni a “fare meglio”. Il denaro non lo hanno mai conquistato con fatica e, forse per questo, perderlo non li avvilisce. È il denaro che ha seguito le loro regole. Il senso del dovere? Nemmeno un’ombra. Lo evitano senza fatica, con naturalezza.

Tiberio: “Mo’ che ce penzo: Tazio er Roscio der Tufello a noi c’ha biscottato a tutti. C’ha venduto basilico e rosmarino e glieli avemo pagati pe fumo bbono”.

La loro era una morale di un certo tipo: potevano dare fregature, ma non potevano riceverle. Allo studente “javemo imparato a vive!”.

Tazio er Roscio era conosciuto meglio come “er Faina” perché, da giovane, andava per campagne a rubare le galline che poi rivendeva come sue. Adesso, però, gestiva, senza alcun collaboratore, una redditizia attività di compravendita in un negozio posto proprio di fronte al Monte di Pietà.

La gente, proprio perché lui pagava più del Monte di Pietà, gli portava di tutto: dagli articoli sanitari alla pelliccia di visone; dal frullatore elettrico guasto a un pappagallo che non stava mai zitto. Proprio il pappagallo sparava offese e improperi. Non era certamente una buona pubblicità per Tazio, così quando il pappagallo volò via, (almeno così lui la raccontava), festeggiò, in perfetta solitudine scolandosi una costosa bottiglia di Cerasuolo d’Abruzzo.

Tazio er Roscio non chiedeva mai nulla riguardo alla provenienza della merce. “Nun so curioso”, diceva.

Era un santo? Ma no. Ritornavi da lui per ricomprare l’oggetto che gli avevi portato e lui pretendeva interessi usurari. Tutti rinunciavano a riaverlo. Chi insisteva si ritrovava a mal partito: Tazio non si sporcava le mani”, telefonava “a chi di dovere”. Intervenivano brutti soggetti che provvedevano a rompere un braccio o una gamba al recalcitrante.

Pochi sapevano che Tazio er Roscio era soltanto uno dei tanti prestanome di un personaggio di cui: chi si azzardava a pronunciarne il nome, aveva buona cura di farsi sempre il segno di croce.

Tazio stava sempre con occhi e orecchie “appizzate” e riportava tutto a un “personaggio” delle forze dell’ordine, che lo ripagava fornendogli anticipazioni su quanto avrebbe potuto recare danno alla lucrosa attività.

Nel quartiere era però fatto notorio: “Er Roscio è un confidente de questura”.

Il “personaggio” e Tazio si incontravano sempre al bar “der Banana”.

Er Banana era noto per una sua particolare caratteristica fisica. Molte donne, sfacciatamente, gli chiedevano: “Perché nun ce lo fai vede?”. E lui, ridendo, rispondeva sempre: “Ma che volete vedè?”.

Capito l’interesse che “l’oggetto” stimolava, aveva imposto un “dazio” di 50 €. In giro si diceva: “Fa più sordi a fallo vedè che a venne er caffè ar bar”.

Tiberio: “A Sulpì, dacce na dritta pe castigà er bojaccia, ma de quelle super. Aricordate però che er più bbono dei rosci ha ammazzato er padre e la madre!”.

“E che problema c’è?”
 
(continua...)

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Mario Martorelli
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