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Giovedì, 21 Maggio 2026 - Ore 12:37 Fondatore e Direttore: Luca Maggitti.

In memoria di un grande uomo di cultura
IL CONTRIBUTO DI SANDRO GALANTINI A UN LIBRO DEL 2020 SUL COVID-19
Sandro Galantini, nel 2020, ritratto da Mimmo e Andrea Cusano per il libro ‘Il sorriso ai tempi del Covid-19’.

Sandro Galantini, scomparso pochi giorni fa, contribuì a un volume del 2020 che ebbe anche una finalità benefica. Riproponiamo i suoi contributi, per onorarne la memoria.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Giovedì, 21 Maggio 2026 - Ore 10:45

Reco ancora i silenzi ossuti dei giorni sospesi e le parole che la concava notte ha reso corruschi grafemi. 
Eppure mai ho temuto l’ombra lunga che nutriva ogni mia sera solitaria. 
Mi sono stati amici la preghiera, i libri fattisi guancia alle ore senza tedio e il cielo, scialle ai miei pensieri quando la pioggia diteggiava la pelle della campagna dietro casa. 
Continua a dirmi il cuore che le stagioni dell’uomo sono sempre un pieno ed un vuoto.

Sandro Galantini, Giulianova, storico, scrittore e giornalista.



PANDEMIA & STORIA
Benjamin, gli uccelli di Stinfalia e la “spagnola” del 1918 nel Teramano
Sandro Galantini


Si potrebbe partire da Walter Benjamin, quello del noto passaggio dedicato all’Angelus Novus di Paul Klee ma anche delle Tesi di filosofia della storia. E non tanto – o non solo – per evocare il tema della visione drammatica della storia (le «rovine su rovine» accumulate dalla catena degli eventi lungo l’asse del tempo), quanto per riflettere sulle articolazioni possibili dei tempi della storia stessa. 

Se cioè – ed è il punctum dolens – sia consentito a chi si occupa di storia in maniera non rapsodica, quell’aderenza al presente talvolta rubricata come presentismo, neologismo per vero assai inelegante che lascia scorgere in filigrana un’accezione negativa. 

Apparentemente viziosa, la questione è invece di non poco momento giacché coinvolge l’ethos dello storico, lo studio del passato e la sua connessione con il presente. Il rischio – per nulla remoto – è insomma che, non limitandosi allo studio del passato in sé, si infettino le ricostruzioni (il «destare i morti e ricomporre l’infranto» secondo l’espressione benjaminiana) con le scorie della politicizzazione e dell’ideologismo aprendo, di fatto, varchi più o meno ampi ai discorsi morali applicati alla storia. 

Lo storico, sosteneva esattamente Renzo De Felice quasi sei lustri addietro, «può e talvolta deve dare giudizi morali». Ma, aggiungeva, solo dopo «aver assolto in tutti i modi al proprio dovere di indagatore e di ricostruttore della molteplicità dei fatti che costituiscono la realtà di un periodo, di un momento storico». Ed allora il presentismo si può fare ma – s’intende - con le dovute cautele che l’applicazione cosciente e scrupolosa del metodo storico impone.

Rimane da dire, a questo punto, di come spesso si accosti un presente crepuscolare ad un passato ritenuto cupo e travagliato. Operazione per più aspetti comprensibile e direi persino inevitabile allorché - come nel momento attuale a causa della pandemia – si patisce il grande abisso che avviluppa, svelando in tutto o in parte la ritualistica esistenziale nonché l’inganno delle apparenze e dei modelli omologati dalla cultura del “precario”, vicende individuali e collettive con la brutalità della malattia inattesa e quindi, come logico ed inevitabile corollario, con il dolore ingiustificato e con la morte. 

Per quanto possa apparire ai più singolare, tuttavia quella che il mondo sta ancora sperimentando non è, in termini di mortalità assoluta e relativa, fra le peggiori pandemie toccate in sorte all’uomo, invero da sempre costretto a convivere con patologie infettive ad elevata e rapida diffusione. Lo stesso mito della sesta fatica di Eracle, consistita nel disperdere e uccidere con le sue frecce infallibili gli uccelli di Stinfalia dopo averli stanati dalla fitta vegetazione del lago paludoso, secondo il “Center for Diseases Control and Prevention” di Atlanta potrebbe in realtà essere la rievocazione allegorica di una patologia infettiva di carattere epidemico recata, in quei luoghi della Grecia, da uccelli acquatici. 

Mito a parte, un recente studio dei ricercatori della Deutsche Bank comparando i dati storici sulla mortalità relativi alle 27 peggiori crisi epidemiche della storia umana (a partire dalla Peste antonina del II secolo d.C. per finire con l’attuale da Covid-19), consente di affermare come la peggiore sia stata la peste del 1348, che decimò oltre il 40% della già poco popolosa umanità dell’epoca, e quindi, con una letalità del 28%, la cosiddetta peste di Giustiniano deflagrata nel VI secolo d.C. Livelli esiziali, questi, mai raggiunti in alcuna altra occasione della storia e men che meno, con il suo 2,73% di decessi (secondo stime comunque nient’affatto pacifiche), dalla pur famigerata influenza “spagnola”, così definita non in quanto insorta originariamente nel Paese iberico ma solo perché i primi a darne notizia furono i giornali spagnoli, non soggetti alla draconiana ed occhiuta censura di guerra che avviluppava gli organi di stampa degli altri Stati europei coinvolti nel Primo conflitto mondiale. 

Eppure la “spagnola”, questa «febbre cattiva» per mutuare il significativo titolo di un bel volume di Raffaele Ghirardi uscito nel 2013, si è caricata di una fama per vero assai cupa tanto da assurgere a ultima grande piaga del mondo moderno. Non sorprende allora come la pur breve ma virulenta pandemia di influenza del 1918 (che, diceva Terence Ranger, «ha posto enormi problemi agli storici»), sia stata assunta a metro comparativo nei confronti delle epidemie del ventesimo secolo e continui ad essere evocata in relazione alla pandemia da Covid-19.

Comparsa inizialmente nell’aprile 1918 in alcuni luoghi d’Italia, ed estesasi  rapidamente - ma con forma benigna e mortalità trascurabile – nel mese successivo, la malattia già ai primi di luglio presentava, limitatamente alla Calabria, caratteri di virulenza e «maggiore gravezza». 

E benché non sempre e ovunque severa, tuttavia l’influenza – recante complicanze a danno dell’apparato respiratorio, specie ai polmoni, e in non pochi casi «con sintomatologia abnorme» - presentava già ai primi di agosto caratteri estremi di pericolosità a causa di un contagio rapidamente diffusivo ascrivibile ai portatori asintomatici. 

Ma nella circolare telegrafica diramata il 22 del mese ai prefetti del Regno, il presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando, assunta la decisione di non ricorrere a quelle misure contumaciali o di isolamento solitamente adottate «per altri morbi epidemici» stimando la “spagnola” priva di «carattere maligno», si limitava a consigliare alcuni provvedimenti generali. 

Tali erano l’identificazione e la rapida denuncia della eventuale comparsa di focolai; la disinfezione delle mucose esterne attaccate o minacciate dal processo infettivo; l’esortazione ad evitare contatti sospetti; la speciale vigilanza sulle collettività particolarmente predisposte «quali caserme, convitti, scuole, ecc»; le buone pratiche preventive «come la disinfezione della bocca, del naso e delle mani, non sputare per terra, soprattutto in ambienti chiusi». 

E, ancora, le particolari precauzione da adottare nei confronti dei malati da parte di medici e infermieri in caso di comparsa di focolai ricorrendo a vestaglie e ad appositi «schermi filtranti per proteggersi contro l’inalazione del pulviscolo infetto»; l’aumento della vigilanza annonaria, «specialmente nei riguardi della frutta e del latte», nonché la tempestiva predisposizione dell’assistenza medica e farmaceutica «garantendo la provvista di medicinali anche ai poveri». 

Una profilassi insomma ordinaria e non il pronto isolamento dei malati, come sarebbe stato invece opportuno per evitare la propagazione della malattia. D’altronde il mancato ricorso da parte del Governo a quei provvedimenti solitamente adottati in caso di pandemia o di morbi letali (come il colera che aveva funestato l’Italia tra il 1886 e il 1887 e ricomparso nel biennio 1910-11), ritenuti ancora «inopportuni» dal vice direttore generale della Salute pubblica Messea nella riunione tenutasi il 2 settembre presso la Direzione generale della Sanità militare, aveva il suo ubi consistam nella preoccupazione di evitare allarmismi nella popolazione, già duramente provata dalla guerra in corso, e quindi possibili turbamenti per l’ordine pubblico.

Adagiato supinamente su questa insistita direttiva era il prefetto di Teramo  Raffaele Rocco allorché, comparso il morbo nel territorio provinciale con subitaneo aumento del prezzo dei farmaci a causa della corsa all’accaparramento, il 10 settembre raccomandava ai sindaci di tranquillizzare la popolazione non alimentando «allarmi ingiustificati». 

Ma il 17 settembre seguente il sindaco di Fano Adriano, nel riferire al prefetto del decesso di una donna del luogo rientrata al paese da Bellante dopo aver prestato assistenza a un suo familiare deceduto a causa della “spagnola”, chiedeva con preoccupazione quale fosse la misura di profilassi da adottare difettando nel suo Comune il servizio sanitario. 

La dichiarazione di impotenza del sindaco fanese denudava indirettamente non solo le condizioni di fragilità in cui, a causa della guerra, versava il sistema sanitario territoriale ma anche le sue originarie (e mai risolte) inattitudini, risultando l’apparato preposto alla cura – a Teramo come negli altri pochi centri sede di presidi ospedalieri – largamente sottodimensionato e comunque inadeguato anche a causa di un processo di modernizzazione timidamente principiato ma che lo scoppio del conflitto aveva  bruscamente franto. 

Il rapido dilagare dell’epidemia, particolarmente preoccupante a Teramo, a Valle Castellana e a Castellammare Adriatico come da nota prefettizia del 1° ottobre, e soprattutto l’aumento esponenziale dei deceduti (per i quali erano fortemente limitati i rituali funerari talché la morte, privata come per i soldati al fronte delle forme emozionali verso i defunti, si presentava spersonalizzata, anonima e desacralizzata), non consentivano più espressioni anodine. 

Non ne usava il 18 ottobre, ammettendo lo «sviluppo grandissimo» dell’epidemia in città, il Regio commissario di Civitella del Tronto diversamente dal capo del Governo e ministro degli Interni ad interim Orlando che due giorni dopo, nella circolare inviata al prefetto di Teramo, raccomandava ancora di non avere eccessiva preoccupazione ed attenuava addirittura la portata della malattia.
 
Ma nonostante le insistite disposizioni tese a scongiurare l’allarme nella popolazione e tra i soldati (donde, come da disposizioni emanate il 22 ottobre dal ministro della Guerra Vittorio Italico Zupelli ai comandi di corpo d’armata territoriali, un ancora più stringente controllo sulle missive che i militari impegnati in zona di guerra ricevevano dai familiari), la situazione era ormai sfuggita di mano. Nell’Italia meridionale, ammetteva impensierito proprio il ministro Zupelli in una sua riservata per il capo di Stato Maggiore dell’esercito, l’epidemia era «quanto mai preoccupante per ingente numero infermi» con interi paesi «completamente abbandonati nell’assistenza sanitaria». 

Sebbene non altrettanto drammatico, comunque plumbeo era lo scenario teramano dove a fronteggiare l’epidemia erano pochi e stremati medici con un esiguo drappello di infermieri nonostante l’arrivo di alcuni dei 146 tra ufficiali medici dell’esercito e 35 della Croce Rossa inviati dal Governo il 5 ottobre in otto province marchigiane, abruzzesi-molisane e pugliesi tra cui, appunto, Teramo. Scarsi, poi, i mezzi a disposizione. Insufficienti, e presto esauriti, erano persino i dispositivi di protezione, perciò sostituiti – come aveva suggerito il 17 ottobre l’igienista ed epidemiologo Alberto Lutrario, direttore generale della Sanità – con diaframmi di tela di qualsiasi tipo.

Cessato definitivamente, nel 1919, il flagello della “spagnola”, il Teramano avrebbe contabilizzato 2.307 vittime, la provincia aquilana 4.174 e quella di Chieti 2.692.

I contributi di Sandro Galantini sono pubblicati sul libro (esaurito):
Luca Maggitti & Cusano Photo
IL SORRISO AI TEMPI DEL COVID-19
Volti e pensieri di donne e uomini nell’Abruzzo dell’emergenza Coronavirus
Contributi di Paolo Di Vincenzo, Sandro Galantini, Simone Gambacorta.
[Progetto editoriale e coordinamento a cura di Luca Maggitti.]
Gli autori hanno devoluto 1.000 Euro, derivanti dalla vendita del libro, al “Banco di Solidarietà Santina Ruggieri” onlus di Roseto degli Abruzzi, che si occupa del supporto di circa 120 famiglie in difficoltà. 
2020 – Pubblicato da Tipografia Rosetana – Euro 15.

ROSETO.com > Archivio > 13 maggio 2026
Mancanze
ADDIO SANDRO GALANTINI, AQUILA DEL NOSTRO ABRUZZO
Ha sempre volato alto, senza mai farlo pesare a noi qui in basso. Ricordo di un intellettuale vissuto per la cultura. In calce, la sua nota biografica.
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