Andrea Pazienza.
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Uno scritto di Mario Giunco, pubblicato su Koinè, che tratta di un grande artista che studiò a nel nostro Abruzzo.
Roseto degli Abruzzi (TE)
Martedì, 26 Maggio 2026 - Ore 20:15
Mentre disegnava, Andrea Pazienza (1956-1988) giocava con il suo nome: Paz, Apaz, Spaz, Andrebius, Andrei invacanza, Andrenza, Assenza Perenza, Pretanza Prospenza.
Le sue opere hanno ormai raggiunto quotazioni altissime.
Vanno a ruba nelle edicole i suoi fumetti, raccolti in eleganti volumi.
Nel 1980, in una intervista televisiva, diceva di sé: “Sono alto un metro e ottantasei centimetri e peso settantacinque chili. Sono nato a San Benedetto del Tronto, mio padre è pugliese, disegno da quando avevo diciotto mesi, so disegnare qualsiasi cosa in qualunque modo. Ho fatto il Liceo artistico a Pescara, una decina di personali e nel 1974 sono diventato socio della galleria d’arte ‘Convergenze’. Dal 1975 vivo a Bologna. Sono stato tesserato, dal 1971 al 1973, ai marxisti-leninisti. Sono miope, ho un leggero strabismo, qualche molare cariato e non curato. Fumo pochissimo, mi rado ogni tre giorni, mi lavo spessissimo i capelli e d’inverno porto sempre i guanti. Ho la patente, ma non ho la macchina. Dal 1976 pubblico su alcune riviste. Disegno poco e controvoglia. Sono comproprietario del mensile ‘Frigidaire’. Mio padre, anche lui svogliatissimo, è il più notevole acquerellista che io conosca. Io sono il più bravo disegnatore vivente. Amo gli animali, ma non sopporto di accudirli. Morirò il 6 gennaio 1984”.
Pazienza è un talento cresciuto a Pescara, che negli anni Settanta diviene una fucina di artisti e un punto di riferimento a livello nazionale, con Sandro Visca, uno dei suoi insegnanti, Giuseppe D’Emilio, direttore del “Laboratorio Comune d’Arte Convergenze”, Franco Summa, Albano Paolinelli, Alessandro Sonsini, Tanino Liberatore.
“Il pomeriggio stavo in galleria con i miei amici e professori, gli stessi che mi sbattevano fuori dall’aula, fin dal primo giorno di scuola. Ma erano costretti a farlo e io ne approfittavo, mettendola sul ridicolo, scatenando una ‘bagarre’”.
Diplomato, si iscrive al Dams a Bologna e si fa subito notare.
Mostra la sua versatilità in eccesso, non soltanto per la quantità di opere che realizza, ma anche per la volontà di confrontarsi con tutti i materiali e i generi espressivi: quadri, locandine, disegni, vignette, fondali teatrali, manifesti cinematografici (firma, nel 1980, quelli de “La città delle donne” di Fellini e, nel 1983, quelli di “Lontano da dove” di Francesca Marciano e Stefania Casini), bozzetti, costumi, copertine di dischi, disegni di abiti, pubblicità e scritti (collabora alla sceneggiatura de “Il piccolo diavolo” di Roberto Benigni, che non gli dà il compenso dovuto, ma gli dedica il film, uscito postumo).
Diviene l’immagine simbolica della generazione dello scrittore Pier Vittorio Tondelli (autore di “Altri libertini”, “Pao Pao”, “Rimini”, “Camere separate”) e del filosofo Franco “Bifo” Berardi, fondatore di “Radio Alice”, la prima radio libera italiana. Ne rappresenta il destino, le astrazioni, la follia, la generosità, la miseria, la disperazione.
Le sue tavole incantano Umberto Eco e Oreste Del Buono, che fa pubblicare su “Linus” le avventure di Pentothal/Paz, con il suo mondo interiore, folle, visionario, geniale, in “un tripudio di linguaggi nuovi, slang, onomatopee, parole inesistenti, sgrammaticature volute e spesso inseguite ” (Eco).
Collabora alle più importanti riviste di fumetti (oltre a “Linus”, “Alter Alter”, “Cannibale”, “Il male”, “Frigidaire”, “Corto Maltese”, “Babel”, “Frizzer”) e ai supplementi di numerosi quotidiani e periodici (tra cui “L’Eco di San Gabriele”).
Un lavoro senza tregua, che lo spinge alla droga e a distruggersi.
Lo marchiano come “tossico“ e lui ci ride sopra. “Ogni pazienza ha un limite, Pazienza no” è solito dire.
Sulle pagine di “Frigidaire” nasce Zanardi, il compagno di scuola cinico e volgare, trattato in stile cinematografico, con un disegno minuziosissimo.
Nel 1983, sulla stessa rivista, il presidente della Repubblica allora in carica, Sandro Pertini, diviene compagno dell’autore nelle storie di “Paz e Pert” e gli sussurra: “Caro giovane, lei alla mia età sarà già morto”.
Mario Giunco
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