COMUNICATO STAMPA
Franco Gramenzi è il nuovo capo allenatore della Pallacanestro Roseto.
Il Coach, Franco Gramenzi: “In questo particolare momento della mia carriera, Roseto rappresenta la scelta giusta. È un luogo in cui sono stato bene, dove l'intero ambiente mi ha sempre dimostrato grande stima e dove mi sono sentito a casa. Ritorno con grandissimi stimoli e con la totale consapevolezza di poter mettere il mio massimo impegno e la mia dedizione a servizio del club, della squadra e dei tifosi.”
Fabio Brocco, Presidente del Consorzio Le Quote: “Siamo lieti di annunciare il ritorno sulla nostra panchina di coach Franco Gramenzi, che assumerà la guida tecnica della prima squadra per le prossime stagioni sportive. Con Franco abbiamo condiviso un ciclo sportivo importante, contrassegnato da un grande legame umano che è stato alla base per questo ritorno. Siamo convinti che coach Gramenzi sia la figura di massima garanzia per il rilancio del progetto tecnico della società. Il nostro Consorzio esprime profonda soddisfazione per il raggiungimento di questo accordo, testimonianza concreta di solidità e determinazione. A coach Franco Gramenzi va il più caloroso bentornato e l'augurio di un proficuo lavoro.”
Nei prossimi giorni comunicata la data della conferenza stampa ufficiale di presentazione.
Pallacanestro Roseto
CHIAMATELO CINCINNATO
Lucio Quinzio Cincinnato è stato un politico e generale romano nato nel 520 avanti Cristo.
Avanti Cristo: da quando, cioè, la pallacanestro esiste a Roseto.
Tito Livio lo definì: “L’ultima speranza per l’autorità del popolo romano”.
Cincinnato – chiamiamolo così, per brevità – fece la storia perché, dopo essersi ritirato in campagna a coltivare la terra dopo una gloriosa vita di incarichi pubblici civili e militari e alcune problematiche familiari, fu richiamato per ben due volte dal Senato, che lo nominò Dittatore, chiedendogli di abbandonare l’aratro e tornare alla guida delle legioni una prima volta per vincere popoli nemici (gli Equi) a 62 anni e la seconda a 81 anni, per sventare la corsa al trono di re di un plebeo, Spurio Melio, annichilendo la sua congiura monarchica.
Entrambe le volte servì la Repubblica, entrambe le volte se ne tornò poi in campagna.
Da queste esperienze, il modo di dire: “Fare il Cincinnato” che, come mirabilmente riassume la Treccani, significa: “Ritirarsi a vita privata, semplice e modesta dopo aver ricoperto cariche pubbliche o ruoli di grande potere, senza chiedere ricompense”.
Franco “Cincinnato” Gramenzi, classe 1963, oggi viene richiamato dalla Repubblica Rosetana (della Pallacanestro) a 62 anni (ne compirà 63 il prossimo 13 settembre), come il suo illustre predecessore.
Non stava arando il campo, ma era appena uscito dal suo contratto annuale con Latina, dove era tornato per rilanciare il basket pontino, subordinando il suo impegno ulteriore alla riapertura del PalaBianchini. La riapertura non c’è stata, la squadra ha ben figurato, pur giocando una stagione praticamente tutta in trasferta e Franco ha ringraziato la famiglia Benacquista – come riportano i giornali locali dell’area pontina – ma pure bacchettato le istituzioni della città di Latina (Sindaca e Assessore allo Sport, presenti alla festa di fine stagione del sodalizio cestistico), sottolineando che lui andava via perché il palasport dopo un anno era ancora chiuso.
Cincinnato torna dunque nel Lido delle Rose.
A lui il compito – pluriennale, da quel che si legge tra le righe del comunicato stampa della Pallacanestro Roseto, anche se non sappiamo quanti anni di preciso – di ricreare un ecosistema che sia vivibile in rapporto alle potenzialità economiche e che sia di nuovo in grado di far innamorare i tifosi rosetani che – come dimostrano i meno di mille spettatori in partite valide per coppe europee o playoff Scudetto, un quarto di secolo fa – più che alla categoria guardano alla piena identificazione della squadra con la città, alla voglia di combattere e alla possibilità di vincere quante più volte possibili in casa: tutte cose che da sempre vengono prima dell’eventuale trionfo in un campionato.
Franco Cincinnato – novello Stefano Pillastrini, “imperatore longobardo della pallacanestro” in quel di Cividale del Friuli dal 2020 – sposa per la seconda volta un progetto sapendo che forse sarà quello che lo accompagnerà fino al termine della sua carriera da allenatore, per poi magari passare dietro una scrivania, come hanno fatto tanti suoi colleghi.
Lo fa nell’unica città – a mio umile avviso – che è stata in grado di offrirgli un battito cardiaco aumentato (a lui, affettivamente un po’ brachicardico), dandogli, ovviamente grazie ai suoi meriti, due stagioni di visibilità che forse non avrà avuto nel resto della sua carriera, per quanto ultragloriosa e densa di 13 trofei vinti con i club e 3 a livello personale mettendo sulla cartina del basket città senz’altro importanti e anche più grandi di Roseto.
E però Franco, uomo umbratile, in questo momento della sua vita magari brama – nel pieno dell’età matura – un posto al sole, di fronte al mare, che profumi di rose.
Dunque, bentornato a Roseto degli Abruzzi.
In calce, il suo contributo al mio libro OTESOR – che ho pubblicato a settembre 2025 per celebrare la stagione 2024/2025 di Pallacanestro Roseto e Panthers Roseto – nel quale Franco Gramenzi racconta la stagione dal suo punto di vista.
In bocca al lupo, Cincinnato!
Mi resta l’amaro in bocca di quando te ne andasti, esattamente un anno fa, dopo aver vinto. Chissà che anno ci siamo persi... vabbè, vedremo di rifarci!
Luca Maggitti Di Tecco
OTESOR
Capitolo 39 – Lettere dal futuro
NON FARTI CADERE LE BRACCIA
Ho chiesto di scrivermi una “lettera fra vent’anni” ai due allenatori protagonisti della strepitosa stagione della pallacanestro rosetana. Questa è quella di Franco Gramenzi, coach della Pallacanestro Roseto 2024/2025, appassionato di Edoardo Bennato.
(Luca Maggitti Di Tecco)
Caro Luca,
che annata indimenticabile! È passato tanto tempo, ma quei ricordi restano indelebili perché una stagione così non mi era mai capitata. Non mi era capitata dal punto di vista umano, anche se in carriera ho avuto molti gruppi buoni per davvero e tantissimi bravi ragazzi. Però quello della Pallacanestro Roseto 2024/2025 fu un gruppo particolare e poi, soprattutto, fu una squadra che espresse qualcosa di speciale dal punto di vista tecnico. Perciò è stata e sempre resterà indimenticabile, per me, al di sopra di ogni altra stagione sportiva. Il basket che quella squadra fu in grado di esprimere, fu divertente. E ci divertimmo tutti: staff, giocatori, tifosi e società, che raggiunse l’obiettivo della vittoria del campionato con la promozione in Serie A2. Fra le tante cose che ricordo, c’è l’estate difficile del 2024, perché venivamo da una finale playoff persa in casa in Gara 5 e dovevamo ricostruire un gruppo insieme al direttore sportivo, Marco Verrigni, sapendo entrambi di non avere alcun margine di errore. Era mancato l’ultimo passo e dovevamo farlo la stagione successiva. Insomma: non fu un’estate semplice, perché venne fuori qualche problema sulla costruzione della squadra. Dopo i primi sei giocatori del nuovo roster, ci fu qualche incomprensione fra me e Marco. Mettemmo le cose a posto dopo qualche giorno di tempesta e ricordo con piacere anche il grande merito che ebbero alcuni soci del Consorzio Le Quote – Alessio Di Francesco e Alessandro Iaconi – che furono i primi ad adoperarsi per ricucire lo strappo che si creò, oltre ai componenti del mio staff tecnico, che spesero tutti parole di unione affinché il momento difficile potesse essere superato. Pian piano, ripartimmo. Il carburante fu la voglia di vincere, di riportare Roseto in Serie A2 perché, al di là delle normali incomprensioni quando si lavora, tutti volevamo una sola cosa: vincere. Fatta la squadra, ricordo nitidamente l’aspetto tecnico, che sviluppai con Nando Francani e Marco Gullotto. Un’idea di gioco differente dal solito, implementando alcuni aspetti che avevamo condiviso l’anno precedente e che ci eravamo prefissati di portare avanti con la collaborazione e l’aiuto di tutti: preparatori fisici, psicologo dello sport e terapisti. Io avevo visto alcuni concetti tecnici interessanti che mi erano piaciuti – perché poi, diciamocela tutta, non è che in questo gioco uno debba inventare nulla – e tutti insieme volevamo portare in campo qualcosa di diverso, un modo di vedere il gioco della pallacanestro che secondo noi poteva essere l’espressione più bella del momento. Quindi facemmo una scommessa: provare a calare il complesso delle novità, unanimemente accettato, nella nostra squadra... che però non poteva sbagliare, visto che aveva l’obbligo dichiarato di vincere il campionato. Era la parte più difficile: innovare con l’obbligo di non poter sperimentare, bensì ottenere obbligatoriamente risultati. Personalmente, ero estremamente convinto che la nuova proposta potesse funzionare, anche se ogni tanto qualche dubbio affiorava nella mia testa. Una volta iniziata la stagione, però, mi imposi di non avere più cedimenti nei confronti dei collaboratori. Io ero il responsabile, io dovevo dare sicurezza a tutti che le cose andassero bene. Perciò, una volta entrati in campo, ero il primo a spazzare via gli eventuali tarli che periodicamente mi tormentavano, cancellandosi con la certezza che il sistema avrebbe funzionato.
Arrivò il primo esame: la Supercoppa, che andammo a giocare senza l’infortunato Tiberti. Quello fu il primo test in cui ci trovammo di fronte squadre costruite come noi per provare a vincere, molto competitive. Arrivarono due vittorie eclatanti, che sinceramente non mi aspettavo nella loro entità, così come penso che nessuno di noi si aspettava quel dominio che ci portò alla vittoria del trofeo. Tornati a casa, ricordo bene che in tanti – commentando la nostra vittoria – osservarono che avevamo fatto semplicemente un figurone in campionato, ma che con la stagione regolare gli avversari sarebbero cresciuti e noi non avremmo mantenuto quel passo. In altre parole: eravamo partiti troppo forte, per arrivare in fondo. Quella splendida squadra, invece, seppe bersi tutto d’un fiato il girone di andata. Ti ricordi? Vincemmo tutte le partite, chiudendo il 2024 imbattuti e perdendo la prima soltanto nell’ultima giornata! Eppure avevamo avuto delle assenze degne di nota, come Donadoni e Aukstikalnis fuori per diverse settimane per distorsioni alle caviglie. Adesso posso dirlo, dandoti atto che tu ci scrivesti pure un pezzo molto arrabbiato sul tuo sito Roseto.com: Lukas andava fuori di testa quando gli avversari lo marcavano e poi gli mettevano il famigerato “piede sotto”, come pure era capitato ad Alessio. Il lituano andava letteralmente in bestia e c’era da comprenderlo! E però la squadra aveva vinto nonostante le assenze importanti e tutti i giocatori erano estremamente collaborativi nel giocare con quel ritmo altissimo, che ci faceva divertire in campo e conservava buoni rapporti fuori dal campo. Col freddo di febbraio arrivò quella leggera flessione, poco prima della Coppa Italia, anche se il margine in classifica sugli avversari era consistente. Tutti però eravamo consapevoli che quella distanza si sarebbe azzerata con l’inizio dei playoff e quindi dovevamo impegnarci a tenere altissima l’attenzione e la tensione.
La Coppa Italia me la ricordo caratterizzata dall’infortunio a Tsetserukou, quarantotto ore prima della semifinale. In quell’occasione lo staff sanitario fece tutto ciò che era possibile per rimetterlo in piedi e fargli giocare la semifinale, col risultato che vincemmo una partita durissima contro Treviglio. Purtroppo, poi Kiryl non fu in grado di giocare la finale, anche se provammo per alcuni minuti. La sconfitta, arrivata dopo aver speso tante energie, mi lasciò profondamente triste, perché sinceramente pensavo che era l’anno giusto per vincere la Coppa Italia: un trofeo al quale ho partecipato con diverse squadre dalla sua istituzione, senza mai vincerlo. Sarà scritto così... com’è che dicono quasi tutti? Perdere la Coppa Italia, per vincere il Campionato. Eppure non mi andò giù subito. Avevo addosso un’amarezza enorme e vissi giorni davvero difficili dopo quella sconfitta. E non fu un caso se una settimana dopo quella partita, ci fu la “famosa” gara casalinga contro la Virtus Roma, in cui venni espulso. Ancora oggi me ne dispiaccio, ma ho imparato che, purtroppo, può accadere a ogni allenatore.
Insomma: fu il periodo più brutto della stagione, perché alla momentanea difficoltà della squadra si aggiunse l’episodio che mi coinvolse. Il pericolo era di gettare tutto all’aria ma noi non lo sfiorammo nemmeno, perché la squadra e tutto lo staff avevano sviluppato legami, rapporti, principi e valori davvero molto solidi e solidali. Così, ancora una volta pian piano, fummo bravi a risalire di condizione, arrivando a un altro episodio buio, che avrebbe potuto compromettere la stagione: l’infortunio di Traini, capitato nell’ultima partita di stagione regolare, con la beffa della gara ininfluente ai fini della classifica. L’episodio che nessuno si aspettava e che chiuse anzitempo la stagione dello sfortunato Andrea, che fino a quel momento – seppure con qualche piccolo problema muscolare, che gli aveva fatto saltare alcune partite – era stato determinante in diverse gare con le sue giocate imprevedibili.
Con questa ferita arrivammo al momento che tutti aspettavamo praticamente da agosto: i playoff. Tanta attesa e un solo possibile epilogo: la vittoria. Avevamo tutti nel cuore questo peso, per quanto ben nascosto all’ambiente esterno. Sapevamo di non poter più sbagliare, qualsiasi cosa fosse accaduta. E devo dire che in quelle settimane, una volta di più, la squadra fu eccezionale continuando ad affrontare ogni allenamento con un ritmo e con una passione indescrivibili. Un atteggiamento di grande professionalità in campo, ogni singolo giorno, ascoltando sempre i nostri consigli e quelli dello psicologo Luigi Lamona, che risultò prezioso nei momenti di maggiore pressione. Ricorderò sempre i ragazzi della mia squadra per questo. Certo, ricordo tutti i gruppi con i quali ho vinto e sono senz’altro fortunato ad averne avuti molti in questo mio lavoro che poi è più una passione. Ma, torno all’inizio, quello fu un gruppo particolare, capace di numeri impressionanti che resteranno per sempre nella storia della pallacanestro rosetana e non solo. Una squadra che, divertendosi, seppe stare bene insieme e a sua volta divertire.
Prima di ricordare i nostri playoff, voglio ancora dirti una cosa su Andrea Traini: si tratta di una telefonata in precampionato. Quella che pensavo fosse una breve conversazione – solo perché pensavo di conoscere il giocatore – mi fece invece scoprire una persona completamente nuova, un ragazzo sensibile e pronto a fare qualsiasi cosa pur di vincere un campionato. Da quel colloquio in poi, cambiai il modo di rapportarmi con lui. Andrea si sacrificò molto, accettando di togliere un po’ delle sue cose che secondo me erano poco produttive e mettendosi a disposizione della squadra, risultando un giocatore che – come altri – ha risolto più di un incontro. Perciò quando ripenso ai playoff, mi torna in mente quanto fu triste per lui, e per tutti noi, non poterlo avere in campo. E questa è l’occasione anche per ricordare i ragazzini che ci diedero una mano allenandosi con noi tutta la stagione come Stankovic, che trovò poi spazio con buoni risultati anche nei playoff, Di Gregorio, Buscicchio e Zanier.
Eccoli dunque, quei playoff tornarmi in mente!
Primo turno contro Faenza, che non era quella dell’anno precedente, ma comunque una squadra composta da validi giocatori. Arrivò il primo 3-0, con una serie che si aprì con una prima vittoria facile e una seconda più sofferta, dura, difficile, per poi andare a chiuderla in trasferta. Direi che fu la stessa storia anche per il secondo turno contro Capo d’Orlando: gara 1 facile e poi due gare toste, la terza in particolare difficilissima. Quella siciliana è stata una squadra davvero ostica, reduce da un buonissimo campionato risultando la sorpresa del Girone A. Le serie contro Faenza e Capo d’Orlando avevano entrambe dimostrato che quando vinci bene la prima partita, la seconda – dopo quarantotto ore – è tutta un’altra storia. Ricordo nitidamente, poi, quanto fu difficile risalire dal -11 di gara 3 Capo d’Orlando, a 5 minuti dalla fine. Chiamai un timeout e la squadra rientrò in campo cambiando completamente atteggiamento, realizzando subito triple con Donadoni e Pastore. Tornati in partita, affrontammo gli ultimi due minuti più difficili visto che il clima si era surriscaldato, grazie anche a qualche nostra sciocchezza. Vinta quella, “tornammo in finale”! Eh già, perché dopo tutta questa fatica... eravamo tornati dove stavamo un anno prima in attesa di sfidare Livorno. In altre parole, e col senno di poi che mi fa ironizzare, non avevamo fatto ancora “un beneamato”!
Certo, è vero che a quel punto 3 squadre su 4 sarebbero salite in A2, vista la modifica regolamentare che inseriva una ulteriore promozione con lo spareggio fra le due sconfitte, ma c’era sempre quel 25% da evitare e che alla fine qualcuno avrebbe dovuto giocoforza ingoiare. E noi, davvero, non volevamo essere quelli.
Iniziammo così i dieci giorni più importanti dell’anno e più lunghi della mia vita di allenatore: due anni per raggiungere un risultato importante, in una piazza storica, nel mio Abruzzo. La terza squadra da me allenata, dopo aver vinto a Campli e Teramo. Non dovevo sbagliare, non potevo sbagliare.
La finale con Mestre ricalcò i precedenti due turni. La nostra prima partita vinta, la giocammo con una intensità mostruosa: primi 8 minuti devastanti e pure io ero sinceramente impressionato dalla prova di forza della mia squadra, che riuscì a interpretare difesa e attacco nel modo credo migliore di tutta la stagione. Serie sull’1-0 e niente è ancora scritto. Ancora una volta, due giorni dopo fu tutta un’altra storia! Trovammo praticamente il canestro tappato, con errori difensivi che amplificarono le nostre percentuali disastrose. Insomma: non riuscivamo a recuperare lo svantaggio, anche perché la squadra di coach Ferrari tirò da tre punti con percentuali altissime. Svoltammo nel finale, come sempre con una grande forza mentale e con una eccezionale spinta dei nostri indimenticabili tifosi. Vincemmo una vera e propria tempesta, passata la quale puntammo decisi verso Mestre. In quella occasione, la sera prima di gara 3, passeggiando con Nando Francani e Marco Gullotto, dissi loro che ero “arrivato”, ero “cotto”. E siccome ero davvero stanco, aggiunsi che dovevamo chiudere il giorno dopo. Così fu: partita perfetta, obiettivo raggiunto, vittoria di un club di una città che vive di basket e di tifosi unici, che ringrazierò sempre per la loro sovrumana capacità di seguire la squadra dovunque. Come ringrazierò sempre chi mi ha dato la possibilità di allenare a Roseto e cioè il direttore sportivo Marco Verrigni, che mi volle e propose al club che acconsentì a ingaggiarmi. E poi i collaboratori: Pio, Antonello, Nando, Marco, Domenico, Skerdi, il dottor Luigi, il dottor Silvio, Emanuela, Michel, Andrea e tutti i giocatori della stagione 2024/2025 e di quella 2023/2024: sì, perché questo è un risultato costruito in due anni e io ricorderò sempre tutti quelli che hanno fatto questo viaggio insieme a me.
Grazie a tutti, indimenticabili compagni d’avventura!
Franco Gramenzi