Un momento del film.
Carlo Liberatore.
Un momento del film.
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Il documentario, che affronta una tematica importante e impattante, ha ricevuto la Menzione Speciale nella categoria “Cinema del Reale” alla 80^ edizione dei Nastri d'Argento, oltre a 40 selezioni e 13 premi internazionali.
Roseto degli Abruzzi (TE)
Domenica, 26 Luglio 2026 - Ore 13:30
Ho conosciuto Carlo Liberatore pochi giorni fa, in occasione dell’edizione del Trentennale di Roseto Opera Prima, festival cinematografico fondato nel 1996 da Tonino Valerii del quale Carlo è da quattro anni Direttore Artistico.
Una conoscenza di lavoro che, come quella fatta decenni prima con il compianto Valerii, magari porta a qualche riflessione su come va il mondo con annessi consigli di lettura reciproci, a margine delle cose che bisogna primariamente analizzare per la gestione delle serate del festival rosetano.
Così ho avuto la ventura di vedere “The Madmen Coach”, il documentario che Carlo Liberatore ha girato nel 2025 fra Senegal e Italia, con la colonna sonora di Patrizio Maria D’Artista, che insieme a Marco Maiorano compone il terzetto che da un quadriennio si prende cura del più longevo festival dedicato ai registi esordienti che abbiamo l’onore di svolgere a Roseto degli Abruzzi.
“The Madmen Coach” è un film di 56 minuti che racconta la storia di coach Malick Bitèye, che a Dakar, in Senegal, fonda una squadra di calcio composta da giocatori con problemi di salute mentale. In un contesto di povertà assoluta, le storie e i desideri di questi uomini, in lotta contro lo stigma, si intrecciano fino a un traguardo straordinario: la prima partita internazionale, a Roma, contro l'Italia.
Così questi giovani e poveri uomini attraversano Dakar e i suoi dintorni preparandosi a una sfida senza precedenti, immersi in una società in cui la malattia psichiatrica è troppo spesso ignorata, mal diagnosticata o attribuita a forze soprannaturali.
Sul campo, però, il calcio va oltre la terapia: diventa un rito, un atto di resistenza e appartenenza profondamente radicata nella cultura senegalese. Attraverso la loro passione, i giocatori si riappropriano di visibilità, dignità e voce.
Il film di Carlo Liberatore mette al centro Malick Bitèye, allenatore convinto che il calcio possa essere uno strumento in grado di curare, dare forza, aprire una strada che porti alla dignità. Il documentario segue lui e i suoi giocatori nei quartieri di Dakar e delle sue periferie, entrando non solo nei campi in cui si allenano, ma anche negli spazi intimi della loro vita quotidiana.
In Senegal i disturbi psichici restano in larga parte invisibili. Spesso non curati e sotto-diagnosticati, vengono frequentemente interpretati come afflizioni spirituali. Molte famiglie si rivolgono a guaritori tradizionali ed esorcismi. Queste pratiche, profondamente radicate nella cultura locale, convivono con un'assistenza psichiatrica fragile e insufficiente, lasciando i pazienti sospesi tra due mondi, né pienamente curati, né pienamente compresi.
Il film attraversa questo terreno delicato con rispetto, riconoscendo il valore culturale della spiritualità e insieme interrogandone l'efficacia in assenza di cure.
Su questo sfondo, il calcio diventa molto più di un gioco. Il calcio riattiva il desiderio, quello semplice e vitale di tornare a sognare, di essere riconosciuti, di esistere agli occhi degli altri non come pazienti o reietti, ma come atleti e uomini.
Così il percorso verso la prima partita internazionale a Roma diventa la metafora di un processo più ampio di riscatto. Ogni allenamento ha un peso simbolico, è la prova di un nuovo sé, la possibilità di un futuro non dettato dalla malattia o dallo stigma.
L'esito non è messo in scena come trionfo né come tragedia. Senza retorica e senza pietismo, il film restituisce la bellezza cruda di questo percorso: l’unione tra compagni, la frustrazione dopo gli errori, la fragilità del dubbio e la forza che nasce dal gioco di squadra. Vittoria o sconfitta, il vero traguardo sta nell’atto stesso di giocare, di esistere, visibilmente e con orgoglio, davanti agli occhi del mondo.
Queste le riflessioni di Carlo Liberatore sul suo film: «Sono arrivato a Dakar partendo da un presupposto semplice: che cosa accade quando chi è invisibile torna a essere guardato? In Senegal la malattia mentale abita una zona d'ombra. Non trova quasi mai un nome clinico, viene spiegata con la possessione, affidata ai guaritori e nascosta dalle famiglie. Chi ne soffre scompare due volte, prima dallo sguardo degli altri, poi, progressivamente, dal proprio. Eppure, in quello stesso Paese, esiste la sacralità di un calcio in grado di divenire grammatica comune che non distingue tra sani e malati. Su quei campi di sabbia, ho incontrato Malick Bitèye e i suoi straordinari ragazzi. Il film affronta un tema sensibile e spesso frainteso con il massimo rispetto, evitando deliberatamente ogni sensazionalismo. Il suo linguaggio è fondato sull'osservazione e sull'immersione. La macchina da presa non impone, osserva distante, soffermandosi su inquadrature composte per riflettere con rispetto sulla complessità del tema. Questa prospettiva è stata essenziale per restituire la stratificazione della loro esperienza, insieme fragile e potente, senza ridurli alla malattia o al ruolo di vittime. La scelta è stata quella di testimoniare poeticamente anziché spiegare, mostrare anziché giudicare. Lasciare che l'umanità affiorasse da sé attraverso i gesti, gli sguardi, nel contesto spesso complesso e sfaccettato della preparazione e del percorso verso la partita. Il film diventa così uno spazio di rivelazione più che di commento, in cui la comunità può essere vista e ascoltata nella sua dignità, nella sua espressione di resistenza e nelle sue contraddizioni».
E, a proposito di squadra, Carlo parla della sua: «Questo cammino non l'ho percorso da solo. Lo sguardo dello psichiatra Santo Rullo, tra i pionieri del legame tra calcio e salute mentale, ha accompagnato il progetto con un rigore clinico che non ha mai smesso di essere umano. Mi ha insegnato a distinguere la malattia dalla persona, e a filmare con delicatezza sempre la seconda. E la visione di Valerio Di Tommaso, presidente di ECOS, ha reso possibile il ponte tra Dakar e Roma con la convinzione, coltivata in anni di lavoro sul rapporto tra sport e salute mentale, che una partita di calcio possa essere anche un atto di riconoscimento. Vittoria o sconfitta contano poco. Ciò che resta è il momento in cui questi uomini entrano in campo e il mondo, finalmente, li vede».
Dopo aver visto il film e grazie a esso, ho appresto che in Senegal circa 40 psichiatri servono una popolazione di 18 milioni di persone. Il suicidio è tra le principali cause di morte legate alla malattia mentale. In Senegal il tasso è stimato in 5,7 casi ogni 100.000 abitanti, mentre nella Regione africana dell'OMS raggiunge gli 11,2, cifre verosimilmente sottostimate a causa della mancata segnalazione. Secondo le proiezioni di OMS, UNICEF e Banca Mondiale, entro il 2030 i disturbi mentali causeranno più decessi di cancro, diabete e malattie respiratorie messi insieme.
E mi sono ricordato alcune conversazioni – nei trent’anni di Roseto Opera Prima – con cineasti che hanno l’urgenza di raccontare problematiche tanto importanti quanto nascoste o ignorate, come questa.
E come nelle storie col lieto fine, ho poi saputo che la lavorazione di “The Madmen Coach” è stata accompagnata fin dall'inizio da un impegno concreto con il sostegno diretto alla squadra gestita da “Therapy Football” in Senegal, la prima del Paese per persone con disturbi psichici. Infatti, la produzione non si è limitata a documentarne la storia, ma ha contribuito a finanziare allenatori, trasferte e attività di inclusione sociale.
Insomma: il film è stato sviluppato attraverso un processo condiviso, fondato sul consenso continuo, sulla trasparenza e sulla collaborazione con i protagonisti. La campagna d'impatto, coordinata da Valerio Di Tommaso attraverso con “ECOS – European Culture and Sport Organization”, persegue quattro obiettivi: sensibilizzare sull’urgenza globale della salute mentale, che riguarda oltre un miliardo di persone, e sulla drammatica carenza di accesso alle cure in Africa; combattere lo stigma, mostrando che recupero, dignità e inclusione sono possibili; promuovere la salute mentale come diritto umano fondamentale; mobilitare istituzioni, ONG e partner privati per dare continuità all'iniziativa “Therapy Football” e sostenere la creazione di un centro di calcio e salute mentale a Dakar.
Così ho pure pensato alle tante volte in cui i mass media lanciano in cronaca storie di disagio, spesso inspiegabile e quindi legato alla malattia mentale, di migranti che si trovano in Italia. Pensare a quegli accadimenti riportandoli nell’insieme di cifre – obiettivamente spaventoso e io non pensavo fossero così alte – che ho conosciuto grazie al film, apre davvero all’urgenza di comprendere e chiedere che le istituzioni facciano qualcosa a livello internazionale.
Complimenti dunque a Carlo Liberatore – abruzzese come Tonino Valerii – e come lui regista, sceneggiatore e direttore artistico.
Carlo, con il quale ho subito legato perché ama giocare a basket (parliamo di un esterno arcigno in difesa, dunque di un “uomo squadra”, come ovvio sia un regista d’impegno), è diplomato con lode all'Accademia Internazionale per le Arti e le Scienze dell'Immagine, fondata dal premio Oscar Vittorio Storaro.
Dal 2016 guida il “Sulmona International Film Festival”, arrivato alla 44ª edizione, ed è direttore artistico di “Roseto Opera Prima”.
Da ultimo – perché l’ho scoperto sul web, visto che l’umile Carlo me li aveva sottaciuti – i premi di “The Madmen Coach”, che è la sua opera prima.
Il film ha ricevuto la Menzione Speciale nella categoria “Cinema del Reale” alla 80^ edizione dei Nastri d'Argento, oltre a 40 selezioni e 13 premi nel circuito festivaliero internazionale, tra cui il Miglior Film al “GO MENTAL! International Film Festival” di Berlino.
Luca Maggitti Di Tecco
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