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Cultura
MARCINELLE, LA CATASTROFE PERFETTA
Monumento dedicato agli italiani morti durante la catastrofe.
[Wikipedia]


Uno scritto di Mario Giunco, pubblicato su Koinè, ricorda la strage dell’8 agosto 1956.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Mercoledì, 12 Agosto 2026 - Ore 10:45

L’incendio scoppiato l’8 agosto 1956 nella miniera di carbone di Marcinelle, nei pressi di Charleroi e di La Louvière, provocò 262 morti, di cui 136 italiani, 60 abruzzesi, provenienti in gran parte dalle province di Pescara e di Chieti, uno solo era del teramano. 

“Voi siete degni di ammirazione –  disse monsignor Antonio Iannucci,  vescovo di Pescara, nell’omelia funebre – la vostra presenza immobile è monito per tutti i lavoratori, per il mondo del lavoro per il quale si vive, ci si sacrifica e si muore. Ed è monito per quanti hanno il comando del lavoro. Il vostro sacrificio non è stato inutile e attirerà sulla Patria nostra la benedizione di Dio”. 

Le sessanta bare erano allineate  in piazza del Sacro Cuore, davanti alla chiesa. In alcune non vi erano nemmeno le salme. 

Il dolore collettivo riportava all’estate del 1943, ai bombardamenti degli alleati, che si erano accaniti proprio su quella zona e la vicina stazione ferroviaria, con tremila vittime.

Diverso, rispetto a quello del prelato, il tono dell’interpellanza parlamentare del deputato avezzanese Bruno Corbi (4 ottobre 1956): “Leggo nella pubblicazione della Presidenza del Consiglio che uno dei vanti dell’attività governativa sta nel continuo incremento dell’emigrazione, giudicato altamente positivo, perché significa un aumento delle rimesse in denaro. Dopo i fatti di Marcinelle credo sarebbe stato opportuno domandarsi quanto sangue, sacrifici, dolori costano questi soldi che rientrano in Italia. Le miniere del Belgio vantano il triste primato dei morti. Dal 1950 sono stati ufficialmente riconosciuti caduti 265 operai. E’ estremamente difficile che le autorità belghe riconoscano i morti sul lavoro. Infatti, se un incidente accade, per quanto grave sia, qualora ad esso sopravvenga la morte dopo due o tre giorni, vi saranno sempre medici compiacenti, che dichiareranno che l’incidente non è stato la causa determinante del decesso, ma al massimo concausa. Se aggiungiamo che solo in quel paese non è riconosciuta l’artrosilicosi come malattia professionale, vedremo il numero della vittime elevarsi a cifre paurose”. 

Nel 1946 era stato sottoscritto un accordo dal governo De Gasperi, in base al quale, per ogni minatore italiano in Belgio, sarebbe rientrato l’equivalente di carbone in Italia. Senza curarsi delle condizioni in cui si trovavano i nostri connazionali, dentro e fuori dalle miniere. 

Vivevano in alloggi collettivi o in campi di concentramento, dimessi dai prigionieri di guerra tedeschi e polacchi, senza bagno interno e con una fontana in comune all’aperto. 

L’operaio che aveva, forse inavvertitamente, causato il disastro – non intendeva nemmeno bene la lingua – fu mandato dalla direzione della miniera in Canada con un lauto appannaggio. 

L’ingegnere responsabile se la cavò con una lieve condanna. 

Re Baldovino del Belgio fece una fugace apparizione nella miniera distrutta. 

Il  Capo dello Stato, Giovanni Gronchi e il presidente del Consiglio dei ministri, Antonio Segni, non si mossero da Roma. 

Paolo Di Stefano, nel toccante volume, appena uscito in una nuova edizione (Sellerio), “La catastròfa” - nel dialetto italo-belga la parola significava una sciagura ineluttabile, cui non ci si poteva opporre” – ha raccolto le testimonianze dei familiari delle vittime, alcuni rimasti in Belgio.  

Ecco quella del figlio di Donato Rocchi, l’unico caduto della provincia di Teramo, originario di Isola del Gran Sasso: “Io sono nato il 26 luglio 1956 e papà è morto nemmeno quindici giorni dopo. Mio padre era stato per un paio di anni minatore nelle gallerie d’Abruzzo, poi, nel settembre 1951, a 22 anni, è partito per Marcinelle. Ha messo da parte qualche soldo e ha preso moglie in paese. Poi è tornato in Belgio ed è morto in quella miniera a 1035 metri sotto terra. Come indennizzo mia madre ha ricevuto un milione, con cui si è fatta la casa. Ma quella somma le è stata richiesta e l’abitazione è stata pignorata. Nel 1956, il Ministero del Lavoro mi assegnò, come orfano, un milione, che potevo ritirare al compimento della maggiore età. Se prima ci prendevo una casa, nel 1977 ho potuto comprare un’utilitaria. Mio zio raccontava che, portando la bara di mio padre in spalla, gli sembrava molto leggera e sentiva che dentro c’era qualcosa che rotolava. La cassa non è stata mai aperta, si dice che contenesse un pezzo di carbone. La curiosità di scoperchiarla l’ho ancora. Ma mia madre dice che i morti bisogna lasciarli stare”.

Mario Giunco
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